Ucraina, il piano si restringe a 19 punti: niente territori in regalo e prebende per gli Usa
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A Ginevra europei e ucraini strappano modifiche fondamentali al testo della Casa bianca. In attesa della revisione dei capi di stato
Il piano in 28 punti per la fine della guerra in Ucraina è passato a 19. L’Europa è contenta, l’Ucraina è un po’ meno avvilita, gli Usa non si sa. Così come non è chiaro a chi riferirsi: se a Donald Trump, del suo vice JD Vance, del super-negoziatore Steve Witkoff da una parte, o a colui che dovrebbe effettivamente tenere le fila della politica estera a stelle e strisce, il segretario di Stato Marco Rubio. Ginevra, dove il piano iniziale presentato dagli Usa (ma scritto da chi? A questo punto bisogna chiederselo) è stato vivisezionato da alcuni dei pesi massimi dei negoziatori del Vecchio continente, è servita a molto. Se non altro a dimostrare che, neanche questa volta, si possono prendere le parole e le azioni dell’attuale presidente degli Stati uniti come definitive. Al netto degli ultimatum.
IN SVIZZERA Volodymyr Zelensky ha inviato il suo plenipotenziario, Andriy Yermak. Poco importa che fino alla settimana scorsa l’opinione pubblica ucraina invocasse a gran voce la sua testa e che ieri Ukrainska pravda l’ha formalmente accusato di aver preparato una manovra contro l’ufficio e la procura anti-corruzione (sarebbe la seconda, dopo il tentativo di bavaglio di quest’estate). Zelensky aveva bisogno di qualcuno di cui fidarsi ciecamente nel momento più difficile dall’inizio della guerra, quello che deciderà il futuro dell’attuale classe dirigente di Kiev e dello stato. E, dicono i ben informati, tra Yermak e Rubio non è andata benissimo.
Ore di conversazione tesa, molti punti di disaccordo ma, alla fine, grandi sorrisi davanti ai fotografi. Forse il risentimento comune ha unito più delle idee. Per Rubio si trattava di dimostrare chi comanda agli Esteri di Washington, oltre che di far passare la sua linea, molto meno indulgente con Mosca di quella di Vance e Witkoff. Per Yermak, di assecondare le volontà del capo, ancora una volta (e fino alla fine), ed evitargli la rabbia che in una parte degli ucraini ha già preso il posto di tutto il male che una guerra può causare. Basta leggere i post su Telegram o i commenti su Facebook. «Ci stanno svendendo», «per cosa abbiamo combattuto», «hanno ragione i russi a dire che Trump è la marionetta di Putin».
E a proposito del tycoon, mentre domenica intorno al lago di Ginevra si cercava di trovare una sintesi alle diverse posizioni di Washington e Kiev – con il pensiero costante a Mosca – questi non si è lasciato sfuggire l’occasione di insultare Zelensky chiamandolo «ingrato» con i soliti caratteri cubitali. Stavolta il presidente ucraino non ha perso tempo ed è partita subito la sviolinata, sentiti ringraziamenti a Trump, a ogni americano, a tutti gli Usa come concetto. Non è andata male, è infatti ieri Trump è tornato sul tema: «È davvero possibile che si stiano facendo grandi progressi nei colloqui di pace tra Russia e Ucraina??? Non crederci finché non lo vedi, ma potrebbe succedere qualcosa di buono».
EPPURE quel «qualcosa di buono» va contro ciò che – teoricamente – Trump stesso aveva presentato come un ultimatum da accettare entro giovedì prossimo. Se quanto sostiene il Financial times corrisponde alla realtà, gli europei hanno strappato a Rubio che i territori ucraini da lasciare sotto il controllo russo siano solo quelli occupati al momento della firma, eliminando così il regalo della parte di Donetsk ancora in mano agli ucraini. Nel nuovo piano (quello in 19 punti) si lascia la porta aperta a trattati futuri tra Russia e Ucraina, ma a partire dalle linee del fronte.
Magari l’Ucraina deciderà in futuro di cedere quel piccolo 18% di territorio regionale scambiandolo con altre zone occupate (cosa assai improbabile), ma dovrà essere una sua scelta. Sembra più una scusa per tentare di imbellettare la questione demodé dell’integrità territoriale. Ma al Cremlino su questo si sono mostrati intransigenti per 4 anni. Molto dipenderà dall’arbitro. Non solo, la deriva affaristica del vecchio punto 14, che affidava agli Usa la gestione di un enorme fondo per la ricostruzione da 200 miliardi – finanziati per una metà dagli asset russi congelati e per l’altra dall’Ue – e a intascarne gli eventuali proventi è stata eliminata dalla nuova bozza. Tuttavia, come rivela Afp, «sebbene durante l’incontro di Ginevra la tensione si sia allentata, la pressione generale è rimasta». Gli Usa vogliono che Kiev accetti e che lo faccia in fretta. Ma di quale versione si sta parlando?
ZELENSKY «attende la bozza ufficiale» e intanto ribadisce che i territori «sono il problema principale». Il consigliere presidenziale russo, Yuri Ushakov, ora addirittura ammette che il progetto «attualmente in discussione» a Mosca, «sarà oggetto di revisione e modifica sia da parte nostra, sia, con ogni probabilità, da parte ucraina, statunitense ed europea». Anche l’Ue? Incredibile se si considera il piano originario. Ora si attende il verdetto di Trump su qualcosa che, in teoria, era partito dal suo ufficio, ma che ad oggi appare ancora aleatorio.
* Fonte/autore: Sabato Angieri, il manifesto
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