Dividendi di guerra alle stelle: i profitti dei gruppi europei della difesa nel 2025

Dividendi di guerra alle stelle: i profitti dei gruppi europei della difesa nel 2025

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L’analisi pubblicata dal Financial Times. La speculazione ha un ruolo di primo piano nei guadagni. In cima alla classifica c’è anche Leonardo. Fra riarmo e boom di commesse nel settore aeronautico, nei primi 9 mesi dell’anno ha incassato 13,4 miliardi di euro (+11,3%)

Mentre le bombe continuano a cadere sull’Ucraina e il negoziato di pace resta imprigionato in un eterno gioco dell’oca, c’è chi con la guerra e con le armi sta facendo affari d’oro.

Secondo un’analisi di Vertical Research Partners per il Financial Times, nel 2025 gli azionisti dei principali gruppi europei della difesa metteranno in tasca circa 5 miliardi di dollari. Mai così da 10 anni. Non solo plusvalenze, però. Anche maggiori investimenti. Si stima che la quota delle entrate destinata allo sviluppo della capacità produttiva delle aziende, unita a quella per la ricerca, sia passata dal 6,4% al 7,9% rispetto al periodo precedente l’invasione russa dell’Ucraina.

IN QUESTO QUADRO, un ruolo rilevante continua a svolgerlo il giochetto del riacquisto delle azioni proprie per farne lievitare il prezzo, il cosiddetto buyback. Pura speculazione.

In cima alla classifica, ci sono le britanniche Bae Systems e Babcock International, le francesi Thales e Dassault Aviation, le tedesche Rheinmetall e Hensoldt, la svedese Saab, il colosso italiano Leonardo. Quest’ultimo, grazie al riarmo europeo e al boom di commesse nel settore aeronautico, nei primi nove mesi del 2025 ha macinato ricavi per 13,4 miliardi di euro (+11,3%) e un «risultato operativo» – la differenza tra costi e ricavi, al netto di tasse e interessi – pari a 945 milioni (+18,9%). I profitti finali sono stati di 466 milioni (+28%).

NEGLI STATI UNITI, al contrario, i rendimenti per gli azionisti delle sei maggiori aziende di difesa (Lockheed Martin, General Dynamics, Northrop Grumman, RTX Corporation, L3Harris Technologies e Huntington Ingalls) sarebbero diminuiti, dopo il picco del 2023. Come pure gli investimenti.

Per questa ragione, il settore è finito nel mirino della Casa Bianca. L’accusa è che si usino i profitti per riacquistare azioni anziché aumentare la produzione di armi. Ma l’analista di Vertical Research Rob Stallard non è d’accordo: «Negli ultimi due anni, i riacquisti di azioni e i dividendi si sono quasi dimezzati». Evidentemente c’è dell’altro.

Dietro questi numeri, troviamo sempre il solito intreccio. Le fortune degli azionisti europei non sono quelle dei pensionati con i loro risparmi, ma dei grandi fondi di investimento. Gli stessi nomi ricorrono ovunque: BlackRock, Vanguard e gli altri colossi della finanza globale, che siedono stabilmente nel capitale delle imprese della difesa. Verrebbe da dire: gli americani, se non guadagnano in patria, rimediano in Europa.

I loro profitti, comunque, non dipendono soltanto dalla vendita materiale di armamenti, ma dalla potente spinta impressa alle quotazioni azionarie dalle scelte pubbliche. I bilanci degli stati orientati al riarmo e le promesse della Commissione europea – 800 miliardi di euro sul piatto per acquistare armi a debito – hanno funzionato come un moltiplicatore finanziario. Prima ancora che i carri armati escano dalle fabbriche, i mercati, insomma, hanno già incassato.

È IL CAPITALISMO finanziario: vive di attese e di azzardi. Se le guerre durano più a lungo, ci sono più soldi da fare. Se si evoca la minaccia di un’invasione russa, ci sono più soldi da fare. La sicurezza diventa una narrazione per i mercati. E la pace un fattore di rischio per i portafogli degli azionisti. Si chiama sistema militare-industriale-mediatico-finanziario.

* Fonte/autore: Luigi Pandolfi, il manifesto



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