Gaza. Il bilancio dei palestinesi uccisi da Israele balza a 71.200
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I comuni del nord della Striscia denunciano: anche con la tregua, non entrano aiuti. Intanto in Cisgiordania, Israele porta avanti arresti e demolizioni per punire un intero villaggio
Il 27 dicembre del 2008 cadevano su Gaza le prime bombe israeliane di quella che fu ribattezzata «Operazione Piombo Fuso», aprendo a ventidue giorni di orrori e a una striscia mai conclusa di offensive brutali che hanno scandito quasi due decenni di assedio totale.
Il bilancio di Piombo Fuso, visto con gli occhi di oggi, potrebbe non stupire più di tanto: 1.430 palestinesi uccisi, tra loro 400 bambini, 10mila case distrutte e un rapporto – il Goldstone, delle Nazioni unite – che certificò la commissione di crimini di guerra e contro l’umanità. A rileggere le cronache di quei giorni – a partire dai racconti di Vittorio Arrigoni pubblicate sul manifesto – si coglie però subito il legame con quanto accade oggi: nel mirino della macchina da guerra israeliana, allora come adesso, c’è la fabbrica sociale di Gaza. Cambiano i numeri, non le pratiche: sfollamento, devastazione, tentativo di rendere invivibile quel luogo.
Ieri la Striscia aggiornava ancora il bilancio del genocidio in corso dal 7 ottobre 2023, giorno dell’attacco di Hamas al sud di Israele. Si è fatto un salto in poche ore, dalle 70.900 vittime accertate di giovedì alle 71.260 di ieri: sono stati registrati alcuni cadaveri non identificati, altri sono stati recuperati dalle macerie.
L’offensiva prosegue, con il fuoco di artiglieria (ieri a Khan Younis e al-Mawasi) e con il blocco di beni di prima necessità, tanto che a nord dell’enclave i comuni hanno dichiarato l’area «zona disastrata» a causa della mancanza di acqua e carburante e della distruzione – hanno scritto nel loro rapporto – di 150 km di strade, 70 pozzi e 5mila ettari di terre agricole.
L’offensiva corre parallela in Cisgiordania. La comunità più colpita, nelle ultime 48 ore, è quella di Qabatiya, villaggio di residenza del 37enne palestinese Ahmad Abu al-Rub che giovedì ha ucciso due israeliani, una 19enne, Aviv Maor, accoltellata e un 68enne, Mordechai Shimshon, investito con l’automobile.
L’esercito israeliano ha circondato Qabatiya e chiuso ogni accesso, ha compiuto decine di arresti (video e foto mostrano giovani uomini bendati e legati ai bordi delle strade), tra cui i due fratelli dell’uomo. Per la casa di famiglia è stata ordinata la demolizione, pratica considerata una punizione collettiva, quindi illegittima. Demolite con i bulldozer anche alcune strade del villaggio.
* Fonte/autore: Chiara Cruciati, il manifesto
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