Il colpo al tabu del debito comune non ferma la deriva bellicista europea
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Il raggiungimento di un accordo era imprescindibile. Spaccarsi sul sostegno finanziario all’Ucraina in guerra avrebbe posto la Ue su un piano inclinato verso esiti di progressiva disgregazione.
Avrebbe inoltre aperto un’aspra contraddizione con mesi di promesse ed enfatici proclami, con la sbandierata pretesa di tornare a contare sul piano geopolitico anche in quanto potenza militare, sia pure come sommatoria di eserciti nazionali più o meno coordinati tra di loro.
Eppure le divisioni non sono affatto superate. A cominciare da quella storica e sempre più profonda con quei paesi dell’Est europeo che non ne vogliono sapere di entrare in rotta di collisione con la Russia, per convenienza economica, per simpatie ideologiche e anche perché non si fidano più di tanto del nucleo occidentale che traina la Ue e della sua fissazione per lo stato di diritto. Ungheresi, Cechi e Slovacchi non ci stanno a sovvenzionare la guerra di Kiev e Victor Orbán si propone come argine permanente contro ogni escalation tra l’Unione europea e Mosca. Tutto il contrario di altri paesi sul confine orientale dell’Unione europea, dalla Polonia ai Paesi baltici, che vedrebbero volentieri la Russia bastonata militarmente dall’Occidente senza troppo preoccuparsi delle conseguenze che ne deriverebbero e che reclamavano insistentemente l’esproprio dei capitali moscoviti.
Ma nella rinuncia all’uso diretto degli asset russi congelati in Europa per sostenere il potenziale bellico ucraino, faticosamente decisa dal Consiglio europeo riunito a Bruxelles, non ha giocato solo il timore di una escalation bellica. L’Europa, piazza finanziaria di prima importanza, è tenuta a esibire una affidabilità senza eccezioni e a rispettare la sacralità del capitale finanziario attenendosi alle sue più rigorose “basi giuridiche”. La salvaguardia degli asset russi rappresenta una dimostrazione da manuale del comando neoliberista del diritto privato sulle decisioni politiche. Circostanza di cui il Belgio, dove questi capitali sono collocati, avrebbe sofferto nella maniera più diretta con poche certezze di essere sostenuto.
In questa vicenda emerge tuttavia dal punto di vista dell’integrazione europea un duplice aspetto meritevole di attenzione. Il tabu del debito comune, da sempre al centro dello scontro tra falchi e colombe, tra “frugali” e scriteriati che «vivono al di sopra dei loro mezzi», tra creditori e debitori, ha subito un duro colpo con il prestito di 90 miliardi destinato all’Ucraina, la cui restituzione si annuncia peraltro piena di incognite. I soldi di Putin avrebbero dovuto scongiurare questo temuto cedimento.
E il cancelliere Friedrich Merz, che si era battuto con ogni mezzo per evitarlo, proponendosi di metter mano per primo ai capitali russi ospitati in Germania, ha subito una secca sconfitta che si aggiunge all’esordio non proprio brillante del suo cancellierato. Gli europeisti di questo potrebbero anche rallegrarsi se il debito comune non fosse nato a sostegno di uno sforzo bellico. Sia pure con lo scopo dichiarato di permettere a Kiev una posizione più favorevole nel futuro negoziato con Mosca. Il prestito garantito collettivamente rientra dunque in una logica di emergenza e si inserisce perfettamente in quel programma di riarmo su cui puntano gli stati dell’Unione.
Nell’impasse dell’integrazione europea si tratta comunque di una evoluzione inquietante e di una idea di Europa del tutto compatibile con le inclinazioni ideologiche dei partiti nazionalisti che infestano il Vecchio continente. La deriva europea non è finita, ma l’avventurismo di Berlino e l’isteria bellicista dei governi baltici hanno subito una battuta d’arresto.
* Fonte/autore: Marco Bascetta, il manifesto
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