Il governo tenta un’ultima vigliaccata contro i lavoratori, ma salta in extremis
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Manovra, blitz di governo e maggioranza all’ultimo minuto: passa un emendamento pro-sfruttatori. Stralciata dal decreto Ilva, torna la norma che impedisce il risarcimento degli stipendi e dei contributi da parte dei datori di lavoro condannati dai giudici. Poi la nuova marcia indietro. L’ultimo atto (forse) di una delle peggiori leggi di bilancio si chiude con un altro attacco ai diritti. Oggi il voto al Senato
La vigliaccata contro i lavoratori era troppo grande e ha costretto il governo a ritirarla dal maxiemendamento alla legge di bilancio al Senato. Dopo un’altra giornata di follia, con il testo della manovra già in aula, e la discussione già avviata, la norma «salva-imprenditori» ha finito il suo breve, e infelice, tragitto.
IL GOVERNO HA CERCATO di salvare le imprese che non pagano adeguatamente i loro lavoratori e di evitare di essere condannate al pagamento di differenze retributive o contributive relative al periodo precedente la data di deposito del ricorso. In questo modo il lavoratore non avrebbe potuto recuperare quanto gli è stato ingiustamente tolto negli anni precedenti. La norma era comunque incostituzionale. In più non avrebbe dovuto entrare nella legge di bilancio perché era di natura ordinamentale. E infatti, sul rotto della cuffia, a un soffio dal voto al Senato, è stata rimandata indietro. La commissione bilancio del Senato si riunirà oggi dalle 8,30 per esprimere un nuovo parere sul maxiemendamento del governo, già riformulato nei giorni scorsi. Insieme alla norma che colpiva i lavoratori ce ne saranno altre quattro: la norma sull’inconferibilità di incarichi nelle amministrazioni, una che riduce da 3 a 1 anno il divieto di svolgere attività professionali per privati che lavorano con la pubblica amministrazione. Verso lo stralcio anche norme per i magistrati fuori ruolo e sul personale della Covip.
“L’APPROVAZIONE di un simile emendamento sarebbe stata una vergogna – ha commentato il presidente del senatori del Pd Francesco Boccia – Grazie alle nostre denunce hanno cancellato quello che era un insulto ai lavoratori poveri. Il governo deve smetterla di cercare scorciatoie. Deve intervenire in maniera organica e alla luce del sole”
LA NUOVA MARCIA INDIETRO del governo è il segno della grande confusione, oltre che del cinismo, che ha contraddistinto tutto il tortuoso percorso della manovra. Così lo aveva definito il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti ieri mattino in Senato. “L’importante è arrivare in vetta» ha aggiunto. Per poi tornare indietro, per un altro emendamento increscioso.
LO STRALCIO DELLA NORMA era stato chiesto dalla segretaria confederale della Cgil Maria Grazia Gabrielli. «Dopo essere stata cancellata dal decreto Ilva, a seguito dell’opposizione delle forze sociali e politiche, la norma è stata riproposta stabilendo che il datore di lavoro non può essere condannato al pagamento di differenze retributive o contributive per il periodo precedente la data del ricorso, se ha applicato lo standard retributivo previsto dal contratto collettivo leader”. “I crediti di lavoro sono diritti soggettivi pienamente esigibili – sostengono Vera Buonomo e Ivana Veronese (Uil) – Il lavoro svolto deve essere sempre retribuito in modo adeguato, le somme dovute devono essere riconosciute integralmente».
«AVER INSERITO nella manovra di bilancio l’emendamento Pogliese è una vigliaccata fatta ai danni dei lavoratori più poveri e indifesi” ha commentato Arturo Scotto, capogruppo Pd della commissione lavoro alla Camera. “La maggioranza ha provato a sferrare l’ennesimo colpo ai diritti dei lavoratori” ha detto la capogruppo Cinque Stelle in commissione Bilancio al Senato, Elisa Pirro. “è il paese che hanno in testa: le briciole a chi lavora; chi sfrutta va protetto” ha commentato Nicola Fratoianni (Avs).
IL «SALVA-IMPRENDITORI» sarebbe stato un altro colpo a chi lavora sempre peggio e vede allontanare anche la data della pensione. è arrivato dopo il maldestro tentativo di Giorgetti di allungare le finestre previdenziali e tagliare il riscatto delle lauree. La norma è stata ritirata e, al suo posto, passerà una ancora più odiosa che peggiorerà l’accesso alle pensioni dei lavoratori precoci e usurati.
I PERDENTI DELLA MANOVRA sono i lavoratori, oltre che i cittadini che soffriranno gli effetti dei tagli agli enti locali e ai ministeri, già adottati l’anno scorso. Sono loro che pagano il rientro anticipato dalla procedura Ue per deficit eccessivo e l’austerità per i prossimi sette anni, ancora ieri considerati un esempio di “buon governo dei conti” dalla maggioranza al Senato. L’unica spesa che non è tagliata resta quella militare. La manovra prevede un aumento di 23 miliardi di euro nel prossimo triennio. E, quando a giugno l’Eurostat attesterà che il rapporto tra il deficit e il Pil è sceso di qualche millesimo sotto il 3%, scatterà la clausola che permette lo scomputo della sola spesa militare dal calcolo del deficit. Obiettivo è arrivare al 5% del Pil entro il 2035, con uno stato sociale in macerie. Questa è l’eredità che lascerà il governo Meloni.
I VETI INCROCIATI e la guerriglia interna che hanno bloccato la maggioranza per più di due mesi, tanti ne sono passati dal varo della manovra da parte del Consiglio dei ministri, ha prodotto un testo mostruoso, composto da un unico articolo e da circa 970 commi. Passerà anche alla Camera che avrà solo il tempo di dare la fiducia a una decisione già presa. Questo è l’effetto della fine del bicameralismo paritario , esito della strutturale crisi italiana. Il monocameralismo di fatto è la rappresentazione di una democrazia ridotta a governance, decisa in base agli interessi di classe e a quelli del governo.
* Fonte/autore: Roberto Ciccarelli, il manifesto
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