Intelligenza criminale. Palantir, le tecnologie per il controllo e la Grande deportazione
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L’azienda fondata da Peter Thiel è parte integrante delle operazioni della Border Patrol. Accelerazione tecno-totalitaria: Ia applicata al controllo totale, fuori e dentro i confini nazionali
Una inchiesta della Associated Press ha rivelato recentemente il livello di automazione di cui si avvalgono le operazioni condotte dalla Us Border Patrol. L’agenzia per la “difesa dei confini” è fra le più aggressive della costellazione di enti preposti alla «grande deportazione». Sebbene abbia tradizionalmente avuto giurisdizione sui valichi di confine ed entro le prime 100 miglia dalle frontiere nazionali, come parte dell’apparato anti immigrazione costituito dall’amministrazione Trump, gli agenti Usbp sono in prima linea nelle operazioni paramilitari di rastrellamento di lavoratori «clandestini» nelle città Usa e su tutto il territorio nazionale. Per citare il comandante Gregory Bovino, «Andiamo dove cazzo ci pare, quando cazzo ci pare!”.
L’INCHIESTA della Ap ha rivelato come la Usbp sia anche impegnata nella sorveglianza su larga scala della popolazione attraverso il monitoraggio degli «schemi di guida» degli automobilisti.
Attraverso una rete capillare di telecamere, la Usbp controllerebbe indiscriminatamente i tragitti di autovetture tramite l’identificazione delle targhe e un sistema che segnala automaticamente percorsi «anomali». Individuati i comportamenti «sospetti» in base a origine, destinazione, percorso prescelto e altri parametri, la segnalazione viene trasmessa ad agenti che fermano la vettura in questione con un pretesto, sottoponendo il conducente a interrogatorio e possibile perquisizione.
La procedura sarebbe in aperta violazione del quarto emendamento della costituzione Usa che impone una «probabile causa» per il fermo, a tutela dalle «ricerche irragionevoli».
Il sistema è predicato sulla massiccia capacità di reperire e analizzare dati in tempo reale. A luglio il governo ha annunciato un appalto di 170 milioni di dollari alla Palantir per la fornitura e gestione di intelligenza artificiale per la sorveglianza e il «controllo predittivo» dell’immigrazione non autorizzata. Il coinvolgimento dell’azienda è una finestra sulla convergenza fra regime Trump ed oligopolio tech in un’ottica autoritaria.
LA PALANTIR è la società fondata da Peter Thiel, ex socio di Elon Musk e patriarca dei neoconservatori di Silicon Valley (nonché sponsor politico di JD Vance). Sotto la direzione del Ceo Alex Karp, l’azienda persegue da anni il primato nel settore dell’intelligenza artificiale applicata, sviluppando sistemi di analisi automatica di dati per esercito e polizia. I software della Palantir per «l’integrazione ed analisi di dati» sono denominati Gotham per le applicazioni militari e di intelligence e Foundry per quelle commerciali e di amministrazione civili. In entrambi i casi si tratta comunque di algoritmi che permettono l’analisi e il raffinamento di quantità massicce di dati permettendo di individuare dinamiche anche in chiave predittiva, che anticipa e prevede cioè mosse nemiche e fenomeni criminosi.
LO SCENARIO DISTOPICO della Ia applicata a guerra e controllo sociale ha trovato alcune prime applicazioni sperimentali in selezionati corpi di polizia americani per beneficare poi della guerra ucraina, che lo stesso Karp ha definito di infinito valore per la ricerca e sviluppo di applicazioni belliche dell’azienda. I sistemi Palantir sono stati usati anche dalle Idf a Gaza, per l’«acquisizione di bersagli» nella Striscia.
Alex Karp è un convinto sionista che ha a più riprese perorato il ruolo delle aziende di Silicon Valley a fianco di Israele e più generalmente a servizio di una supremazia geopolitica occidentale. Con l’immigrazione e gli appalti ricevuti dall’amministrazione i sistemi di sorveglianza totale Palantir diventano ora operativi a tutti gli effetti su suolo americano, senza alcuna normativa o controllo. Uno dei decreti esecutivi di Trump, ad esempio, vieta espressamente agli stati di emettere regolamentazioni in materia di intelligenza artificiale, settore ritenuto essenziale per la «sicurezza nazionale» e la corsa agli armamenti col rivale cinese.
IN QUEST’OTTICA gli appalti alla società sono stati concessi dal governo senza supervisione o dibattito parlamentare. A settembre, è stato annunciato un ulteriore incarico del valore di 30 milioni di dollari, per la messa a punto di quello che è stato denominato ImmigrationOS, un sistema capace di integrare database e operazioni di tutte le agenzie del Dipartimento di sicurezza nazionale (Dhs) più quelle di enti come l’agenzia delle entrate (Irs), motorizzazione (Dmv) e sanità pubblica (Hhs), in una sorta di sistema operativo generale per la «remigrazione». In questo sistema, algoritmi di Ia effettueranno analisi incrociate per individuare i «clandestini» ed efficientare le deportazioni, un panopticon estendibile ovviamente anche al dissenso, la cui soppressione è stato obbiettivo parallelo delle operazioni Ice.
Il tutto delinea la trasformazione del complesso anti immigrazione in dispositivo paramilitare di intelligence e controllo, in cui gli agenti mascherati sarebbero solo la manifestazione ultima di un più ampio apparato tecnologico di sorveglianza. Un complesso pubblico-privato, ma sempre più sbilanciato verso quest’ultima sfera “di mercato” che è in via di allestimento con mastodontici stanziamenti pubblici e virtualmente nessun controllo.
UNA ACCELERAZIONE tecno-totalitaria che è stata al centro dell’incontro intitolato Nascita, crescita e futuro di Palantir, l’azienda che vende potere a cura del Centro per la riforma dello stato, e oggetto di Authoritarian Stack, un rapporto a cura di Francesca Bria (pubblicato in Italia dall’inserto del manifesto Le Monde Diplomatique) che fa risalire l’atto di nascita di questa «infrastruttura del controllo» al mega appalto di 10 miliardi di dollari con cui il Pentagono ha affidato l’automazione dei sistemi militari sempre a Palantir.
L’azienda ricopre dunque un ruolo sempre più strategico come sistema operativo anche dello stesso del governo, aprendo la porta a quella che il rapporto definisce una forma di «sovranità privatizzata». Una tendenza che vede porzioni sempre più sostanziali di governance appaltate a inappellabili algoritmi. E uno scenario in cui la democrazia persiste come simulacro, «conservato per stabilità mentre la sua operatività è in procinto di essere svuotata e rimpiazzata».
* Fonte/autore: Luca Celada, il manifesto
Leggi anche: La sorveglianza di Maven e Dataminr nel futuro di Gaza
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