Israele riconosce 19 colonie in Cisgiordania, a Gaza con un drone uccide un capo di Hamas
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Tutti i fronti israeliani: nella Striscia il fuoco non cessa, in West Bank la colonizzazione avanza. In Libano l’esercito ordina l’evacuazione di un villaggio, in Siria ne invade uno
L’ordine è partito dall’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu, l’operazione è stata condotta dall’esercito e lo Shin Bet. Nel mirino del drone che ieri a Gaza City, in pieno giorno, ha colpito un’auto c’era Raed Saad, alto membro del consiglio militare delle Brigate al-Qassam e tra i «vecchi» del movimento islamico palestinese Hamas. Con Saad sono state uccise quattro persone, 25 i feriti.
SECONDO Tel Aviv, il raid è stato compiuto perché Hamas sta tentando di «ripristinare le proprie capacità» e in reazione a un’esplosione che ha ferito dei soldati. Il movimento risponde definendo l’attacco «una palese violazione» dell’accordo di tregua» e il tentativo «di minarlo e sabotarlo attraverso continue violazioni».
Tra queste la mancata cessazione del fuoco sparato nella Striscia: ieri un 19enne, Muhammad Sabri al-Adham, è stato ucciso da un cecchino a Jabaliya, nel nord, mentre a sud nella tendopoli di al-Mawasi un uomo, Muhammad Abu Hussein, si spegneva per le ferite riportare in un attacco precedente, incurabili nell’assenza di un sistema sanitario efficace. Sono 383 i palestinesi uccisi in due mesi di «tregua», mille i feriti.
Si aggiungono ai morti dovuti alla tempesta Byron che ha aggravato una crisi umanitaria già insostenibile. Almeno 13 case, già seriamente danneggiate, sono collassate a causa del maltempo e oltre 27mila tende sono state spazzate via. Altrettante famiglie non hanno più un rifugio, visto che dal 10 ottobre e l’inizio del cessate il fuoco Israele – altra violazione – non permette l’ingresso né di tende né di caravan.
La carenza di aiuti è al centro dell’ultima risoluzione adottata dall’Assemblea generale dell’Onu venerdì nella notte italiana: ordina a Israele di garantire l’accesso di aiuti umanitari e le operazioni dell’Onu e delle sue agenzie, in particolare Unrwa.
GAZA non è l’unico fronte. In Cisgiordania le autorità israeliano hanno legalizzato 19 insediamenti considerati illegali anche dalla stessa legge nazionale. Tra questi due outpost vuoti dal 2005, come parte del ritiro da Gaza ordinato dall’allora premier Sharon. Un messaggio chiaro al movimento dei coloni, protagonista dall’entrata in vigore di questo esecutivo di un’escalation di violenze e pogrom contro le comunità palestinesi. Violenze con cui lo Stato sta di fatto portando avanti confische e pulizia etnica.
E poi ci sono i fronti «esterni». Nel Libano del sud ieri l’esercito israeliano ha ordinato ai residenti della cittadina di Yanouh di evacuare in vista di un imminente attacco (anche qui una violazione dell’accordo di cessate il fuoco con Hezbollah di un anno fa), poi «congelato». Infine la Siria: le truppe israeliane sono arrivate nel villaggio meridionale di Saida al-Hanout, hanno montato un checkpoint volante e perquisito diverse abitazioni.
* Fonte/autore: Chiara Cruciati, il manifesto
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