La debolezza strategica dell’Unione Europea che pensa solo al riarmo
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Ricorrere al prestito per Kiev soddisfa Washington e consolida lo schema narrativo caro al Cremlino. Ma mai come in questi giorni è stato evidente come Giorgia Meloni sia l’anello debole dell’Ue, funzionale al disegno di Trump e alla propaganda di Putin, che minaccia e irride
È stata definita una figura decisiva nello stress test dell’Europa, la leader che ha aspettato fino all’ultimo a scoprire le carte, facendo pendere la bilancia verso una soluzione di compromesso in linea con le preferenze nazionali. In realtà mai come in questi giorni è stato evidente come Giorgia Meloni lavori per la medesima Europa debole che Donald Trump disegna, inviando segnali sempre più espliciti ai leader amici.
È la stessa Europa che Vladimir Putin irride e minaccia di far scomparire se si ostina a sostenere «la feccia di Kiev»: si tratta di ridimensionare quegli europei che, secondo il commentariat russo, devono riscoprire «la paura animale della morte violenta».
Dopo aver dichiarato la sua contrarietà al superamento dei veti nazionali tramite l’adozione del voto di maggioranza sui temi della politica estera, Meloni ha paradossalmente affermato questa settimana che «il nemico dell’Europa è la sua incapacità di decidere». Nascondendosi dietro l’impossibilità di ottenere il via libera in Parlamento, ha schierato l’Italia su posizioni ambigue riguardo a tutte le grandi questioni strategiche che l’Unione deve affrontare, dal tipo di sostegno da fornire all’Ucraina fino all’accordo con il Mercosur, arrivato in dirittura di arrivo dopo ventisei anni di negoziati, sotto la pressione dei muri tariffari statunitensi. Per comprendere la portata di queste scelte, basta considerare come il Brasile di Lula sia pronto a ritirarsi se l’accordo non viene finalizzato entro il mese, e che Lula è il leader che più si è speso per frenare l’impulso russo e cinese a fare dei Brics un blocco anti-occidentale.
ALL’INDOMANI della uscita della nuova National Security Strategy (Nsa) statunitense, la rivista specializzata DefenseOne ne ha pubblicato in forma di leak una versione estesa e preliminare nella quale si indica come prioritaria la via della collaborazione con alcuni paesi europei a guida nazionalista «con l’obiettivo di allontanarli dall’Unione Europea». Fra gli anelli deboli della catena, il documento menziona l’Italia di Meloni.
Realtà o fake news? La Casa Bianca ha ovviamente smentito seccamente. Occorre però ricordare che DefenseOne non è una fanzine sensazionalista: la redazione è basata a Washington, i giornalisti partecipano regolarmente ai briefing del Pentagono e alle conferenze Nato, e il pubblico è composto da analisti di politica estera, militari, funzionari, think tank e accademici.
In molti hanno letto la decisione finale di Bruxelles come punto di equilibrio tra il sostegno urgente all’Ucraina e il timore di un’escalation diretta con Mosca, vedendovi un compromesso che riflette le fratture e la debolezza strategica dell’Ue. Come ogni decisione che, nel minare la posizione negoziale ucraina, lascia spazio ai disallineamenti nazionali e alla dipendenza strategica del blocco europeo, il compromesso soddisfa Washington e offre alla propaganda di Mosca la prova di come l’Ue tema azioni dirette che possano provocare ritorsioni. La posizione dell’Italia riflette questa ambivalenza, mostrando un sostegno sempre più temperato da priorità nazionali e preoccupazioni interne alla coalizione di governo.
LA SCELTA di ricorrere allo strumento del prestito, invece che a strumenti di difesa condivisa riflette la riluttanza europea ad assumere impegni strategici duraturi. Per non parlare del free-riding del mini-blocco orientale di Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca. Come possono tre stati membri essere esentati da responsabilità quando il prestito è «garantito dal margine di manovra del bilancio dell’Ue»? Chi si assumerà il rischio di rimborso se, lungo il piano inclinato dagli Usa, l’Ucraina non sarà infine in grado di restituire il prestito?
Detto questo, stiamo parlando del primo utilizzo di prestiti garantiti dal bilancio Ue, attraverso la partecipazione selettiva alla responsabilità collettiva, e dunque di un accordo che traccia una nuova via, segnata dalla realtà degli Eurobond, fino a ieri esecrati dai cosiddetti “Paesi frugali”. Per i neoliberali, i costi della guerra vengono trasferiti sui contribuenti europei grazie al Paese in cui hanno sede l’Ue e la Nato. Per l’estrema destra e per i suoi riverberi rossobruni, l’accordo porterà più vittime, un’Ucraina sempre più piccola, cittadini europei impoveriti, e più toilette dorate a Kiev.
È PIUTTOSTO EVIDENTE e comprensibile come Mosca stia cercando di calcare questo schema narrativo per fare detonare il cosiddetto Collective West. La visione russa del mondo – sono parole del portavoce del Cremlino Peskov – è allineata con quella della citata Nsa Usa, distillato ideologico del Comintern reazionario insediatosi a Washington, lo stesso che muove guerra al Venezuela e vuole prendersi la Groenlandia.
Da giorni i russi martellano i ponti sui confini dell’Ucraina verso l’Europa con l’obiettivo di isolare la regione meridionale di Odessa. Fanno volare minacce atomiche mentre testano i propri missili con risultati deludenti. Sconfinano, perdono droni in Turchia, vengono affondati nel Mediterraneo. Fonti non confermate riferiscono della morte del generale del Gru Andrey Averyanov, l’artefice del terrore russo in Europa (dall’avvelenamento di Skripal alle esplosioni nei depositi di munizioni ceche). È spuntato anche il cadavere di Sergei Kuzovlev, recentemente insignito di grandi onorificenze da Putin per la conquista di Kupiansk: secondo la versione ufficiale si sarebbe sparato tredici volte prima di buttarsi dalla finestra, dopo che Zelensky si è fatto riprendere dalle telecamere proprio a Kupiansk.
Durante la conferenza stampa di fine anno, Vladimir Putin ha accuratamente nascosto le previsioni fosche per l’economia di guerra della Federazione russa, illustrate in questi giorni da uno studio accurato della Fondazione Rosa Luxemburg.
IN QUESTO QUADRO sarebbe un errore esiziale affidare le sorti dell’Europa al solo riarmo, tanto più se nazionale, inseguendo una deterrenza impossibile. Al tempo stesso, è ineludibile il fatto che, davanti a un’America che ha tagliato gli aiuti all’Ucraina invasa, che ignora decine di sabotaggi e incoraggia ogni tendenza imperialista, esiste oggi un enorme problema di dissuasione. Raramente è stato così chiaro come da una parte ci sia subalternità a guerre e paci imperiali, dall’altra la definizione di una sovranità europea, che è l’esatto opposto della linea-Meloni.
* Fonte/autore: Francesco Strazzari, il manifesto
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