L’analisi Cgil: una manovra antipopolare, salari e previdenza emergenze nazionali

L’analisi Cgil: una manovra antipopolare, salari e previdenza emergenze nazionali

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“La legge di bilancio tutela dei profitti, soldi a pioggia alle imprese e brutale penalizzazione di lavoratori, pensionati e consumatori”. Usb: “Nel paese dei salari bassi anche la previdenza è un’emergenza nazionale”

Il maxiemendamento del governo aggrava il bilancio della manovra più anti-popolare degli ultimi anni. Lo sostiene la Cgil in un’analisi in cui ha accusato il governo, e la maggioranza, di tutelare i profitti e distribuire miliardi di euro a pioggia alle imprese, penalizzando brutalmente lavoratori, pensionati e consumatori. Così si colpiscono le fasce popolari per avvantaggiare chi sta meglio.

Secondo la Cgil il governo Meloni non solo ignora le richieste di sostegno a salari e sanità, ma peggiora una manovra destinata a non avere alcun impatto positivo sull’economia reale. E fa finta di ignorare il fatto che le previsioni economiche della Commissione Europea l’Italia sarà all’ultimo posto in Europa per crescita nel prossimo biennio.

Il cuore delle critiche si concentra su quello che viene definito un vero e proprio «saccheggio» dei fondi strategici. Attraverso complessi meccanismi finanziari, circa 5 miliardi di euro del Pnrr verrebbero distratti dalle finalità originali di riduzione dei divari territoriali per coprire spese nazionali già effettuate nel 2026. Non si tratta di nuovi investimenti, ma di una sostituzione di fonti di finanziamento che libera risorse per la cassa dello Stato senza generare nuovo valore. Parallelamente, il Fondo Sviluppo e Coesione subisce un taglio di quasi 600 milioni, mentre il credito d’imposta per la Zes viene rifinanziato in modo frammentario. Particolarmente grave appare la scelta di eliminare le condizionalità «green»: i rifinanziamenti per Transizione 4.0 e 5.0, pur ammontando a 1,3 miliardi, vedono cancellata la maggiorazione del 220% precedentemente prevista per gli investimenti a basso impatto ambientale, segnalando un deciso passo indietro sulle politiche climatiche.

Fa molto discutere in queste ore la norma che allunga il tempo della pensione anticipata e taglia gli anni di laurea dal calcolo dei contributi. Una decisione che riuscirebbe a far rimpiangere persino la «riforma» Fornero. L’allungamento delle finestre di uscita, unito al mancato blocco dell’adeguamento alla speranza di vita, sposterebbe l’accesso alla pensione anticipata a 44 anni e 2 mesi di contributi entro il 2035. La situazione diventerebbe estrema per chi ha riscattato gli anni di studio: una misura retroattiva, dai forti dubbi di incostituzionalità, svaluta i contributi versati portando l’età pensionabile per i laureati alla soglia record di 46 anni e 9 mesi.

Un’altra analisi sull’emendamento «pensioni» è stata realizzata dall’Unione Sindacale di Base (Usb) che ha inteso la manovra come un attacco diretto al salario differito. L’Usb evidenzia come il governo stia tentando di privatizzare il rischio previdenziale, utilizzando il meccanismo del «silenzio-assenso» per drenare il Tfr dei lavoratori verso i fondi pensione privati, privando i cittadini di liquidità immediata a favore dei mercati finanziari. Il sindacato di base bolla inoltre come «elemosina» l’aumento delle pensioni minime di soli tre euro, cifra che appare del tutto irrisoria di fronte a un’inflazione reale che ha eroso il potere d’acquisto negli ultimi tre anni. «L’area della povertà è destinata ad aumentare irrimediabilmente. Del resto – commenta – in un paese dove i salari sono bassi, come potrebbero essere alte le pensioni?».

Il quadro fiscale completa una manovra che sembra abdicare alla lotta all’evasione, riducendo gli obiettivi del Pnrr a una «farsa»: la nuova ritenuta d’acconto dell’1% sulle fatture elettroniche scatterà solo nel 2029, rinunciando a ridurre il tax gap nel breve periodo. Il peso del bilancio viene così traslato sui piccoli consumatori, colpiti da nuove imposte sulle spedizioni internazionali sotto i 150 euro e da acconti sui premi Rca che le compagnie potrebbero facilmente scaricare sull’utenza. Il governo Meloni, sostiene Cgil, colpisce le fasce popolari per avvantaggiare chi sta meglio, una linea che rischia di compromettere la tenuta complessiva del paese.

* Fonte/autore: Mario Pierro, il manifesto



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