Lo scorso 11 dicembre si è conclusa all’Aja, con la lettura della sentenza conclusiva, la 55ª sessione del Tribunale Permanente dei Popoli per le donne dell’Afghanistan, che ha tenuto le sue udienze pubbliche a Madrid dall’8 al 10 ottobre 2025, su sollecitazione di quattro organizzazioni della società civile afgana (Rawadari, Ardho, Drops, Hrd+) che hanno messo sotto accusa i componenti del Governo di fatto talebano, come singoli e collegialmente, per la violazione sistematica dei diritti fondamentali di tutta la popolazione femminile del Paese. Non è strano, nell’intreccio intenso e confuso degli scenari internazionali “decisivi” a livello geopolitico, che all’evento non sia stata data l’attenzione mediatica che meritava: ciò coincide con la sostanziale assenza dalle priorità della comunità internazionale della situazione di violazione radicale dei diritti delle donne afghane.
La documentazione presentata al TPP include testimonianze, rapporti orali e scritti, analisi storiche e giuridiche estese al contesto generale della storia del Paese e dettagliate sul periodo considerato, a partire dal 2021 (anno in cui i Talebani hanno preso il controllo totale del Paese in seguito al ritiro totale delle forze occupanti statunitensi) e mostra un processo di “cancellazione” dell’esistenza, prima ancora che dei diritti, delle donne e delle ragazze afgane.
Il termine inglese erasure (in italiano “cancellazione”), ripetuto più volte, sottolinea la violenza radicale di un processo che ha cancellato i risultati raggiunti nel precedente periodo di transizione costituzionale. Secondo i dati dell’Unesco, nel 2018 la popolazione scolarizzata era passata da 1 a 18 milioni, con una presenza femminile che era aumentata da zero a 2,5 milioni nelle scuole primarie e, nel 2021, da 5.000 a 100.000 nelle scuole superiori. Le donne erano ormai presenti in tutte le professioni, dalla medicina al diritto, dal giornalismo all’ingegneria, dall’aviazione alla pubblica amministrazione. Occupavano, inoltre, il 27% dei seggi nella Lower House ed il 17% nella Upper House. Con il ritorno al potere dei talebani, tutti gli impegni presi durante la trattativa condotta tra gli stessi e gli Stati Uniti con esclusione della società civile, sono stati disattesi e la logica di dominazione e di discriminazione strutturale dei talebani è tornata a prevalere. Con 250 decreti, di cui 157 diretti specificamente alle donne, il sistema di esclusione e di negazione delle donne come soggetti è stato ristabilito come “normalità”.
La situazione di fatto è la negazione istituzionale di tutto lo spettro dei diritti: all’istruzione, alla salute-sanità, al lavoro, al movimento, all’informazione, alla partecipazione a riunioni e assemblee, alla giustizia, alla cura delle disabilità. In nome di un’arbitraria interpretazione delle leggi islamiche più radicali (accuratamente documentata nella sentenza come manipolazione della dottrina più consolidata), l’erasure tocca l’identità stessa delle donne come soggetti autonomi, per farne strumenti del potere maschile in tutte le sue forme. La presenza obbligatoria, dalla visita medica a all’uso di un taxi, del Mahram, l’accompagnatore uomo, per gli atti del quotidiano è il pro-memoria simbolico e fisico che la donna non è una persona. Il tutto è sorvegliato istituzionalmente da ‘ministeri’ che perfino nei loro nomi parlano di un mondo surreale (Ministero per la Promozione della Virtù e della Prevenzione del Vizio), a cui corrispondono logiche e strumenti di repressione, senza difese e appelli, che fanno del quotidiano una trappola permanente. Il confronto delle prove e degli atti del Governo – come emerge dalle parole-memoria precise e dure dei testimoni e dalla rigidità ripetitiva, puntigliosa e apertamente persecutoria dei decreti e delle leggi – con le regole del diritto internazionale, porta inevitabilmente a un giudizio di responsabilità che prevede le qualificazioni più gravi.
La sezione 5ª della sentenza, dedicata alla qualificazione delle responsabilità dei singoli membri del Governo di fatto e dello Stato dell’Afghanistan, è molto estesa e precisa nel motivare le decisioni, attenendosi rigorosamente alle fonti del diritto internazionale. Ciò è di grande rilievo anche come contributo al lavoro delle commissioni internazionali ad hoc che indagano e monitorano la situazione delle donne afghane (la cui presenza è stata importante sia nelle udienze pubbliche che con commenti specifici dopo la lettura della sentenza). I titoli stessi dei capitoli dedicati alla qualificazione delle responsabilità sono sufficienti per una lettura non solo strettamente giuridica: 1) La discriminazione istituzionalizzata da parte talebana contro le donne integra, secondo quanto previsto dallo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale, crimini contro l’umanità commessi mediante persecuzione di genere; 2) Le azioni dei talebani si configurano come “altri atti inumani”, secondo quanto stabilito dallo stesso Statuto di Roma; 3) Lo Stato dell’Afghanistan, sotto il controllo di fatto del governo talebano, ha violato il nucleo fondamentale dei diritti umani delle donne e delle ragazze. La scelta di escludere da questi titoli termini come “apartheid di genere” o altri che definirebbero l’impatto intergenerazionale della erasure della identità delle donne, pur reale e documentata, vuole sottolineare che la gravità dei fatti e delle responsabilità è più importante della loro definizione, esposta a dibattiti giuridici che rischiano di far passare in secondo piano la complessità e le sofferenze della storia. Quanto è successo, e continua a succedere attorno al termine “genocidio” per Gaza, e non solo, non può essere dimenticato.
Le osservazioni e le preoccupazioni espresse nella sentenza del TPP riguardo alla crescente “normalizzazione” della situazione giuridicamente e umanamente intollerabile delle donne afghane da parte della politica degli Stati che progressivamente riconoscono “legittimità” al governo talebano, sono uno dei messaggi più urgenti che chiamano in causa la responsabilità della comunità internazionale. I giudizi di un Tribunale come il TPP non hanno, per definizione, rilevanza penale. Ma, attraverso una rigorosa interpretazione del diritto internazionale, chiamano con il loro nome le responsabilità e indicano le priorità inderogabili di intervento e di riparazione da assicurare da parte della comunità internazionale. Più a fondo, essi fanno del popolo “cancellato” delle donne afghane una presenza obbligata nell’attenzione e nella percezione di sé di quella parte della società che ancora si considera parte di un progetto di civiltà nel quale l’universalità del diritto alla dignità e all’autonomia non prevede eccezioni. Una sentenza del TPP è uno strumento in più di coscienza, resistenza, diritto di parola, alleanze allargate, per le donne afghane. Sono loro le vere interpreti di una ricerca di strade ed alleanze.
Per concludere, i richiamano due osservazioni che trovano uno sviluppo molto preciso nella sentenza. In primo luogo, la situazione attuale delle donne afgane viene da un passato che ha visto per 20 anni, dal 2001 al 2021, la presenza militare non richiesta degli Stati Uniti, che, poi, hanno deciso di “togliere il disturbo” patteggiando direttamente e solo con i talebani e interrompendo un processo costituzionale, difficile, ma concreto, che aveva prodotto risultati suscettibili di futuro, se la transizione fosse stata una ricerca internazionalmente condivisa. In secondo luogo, nella sua storia il Tribunale ha incrociato, in quella regione, un’altra realtà che ha come protagoniste, questa volta come soggetti che creano nuovo diritto, le donne: quelle del Rojava. Al di là delle minacce che le accerchiano (dalla Turchia a una Siria inventata dall’Occidente e piena di incognite), le donne del Rojava e quelle afghane indicano al diritto internazionale (cioè anche a tutti noi che discutiamo di guerre-pace-tregue-armi, citando e contando le persone come vittime o nemici da pesare sul mercato delle trattative) come unico criterio di legittimità quello della sua capacità di garantire un futuro senza discriminazioni. Qualunque sia il nome che le si dà, non c’è nulla di più grave della erasure, soprattutto quando il crimine non è occasionale o personale, con responsabili individuali perseguibili, ma è il prodotto sistemico di un disegno di “cancellazione dell’umanità”. È per questo promemoria diretto ai popoli, al di là delle raccomandazioni agli Stati che concludono la sentenza, che il TPP ha voluto ringraziare le donne afghane, come ha ringraziato quelle del Rojava. Per non pensare solo a quanto hanno subito e continuano a subire, ma per il coraggio e la possibilità di trovare alleanze di futuro, anche, o specialmente nei progetti di liberazione delle donne dei tanti Sud, che affrontano, resistendo, nei singoli paesi e negli scenari internazionali, le più diverse cancellazioni patriarcali e coloniali.
* Fonte: Simona Fraudatario e Gianni Tognoni, Volerelaluna


