by Guido Moltedo * | 9 Gennaio 2026 13:04
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La Nato, se mai è stata “difensiva”, come afferma candidamente la sua carta, dopo la caduta del Muro di Berlino è diventata un’alleanza che opera soprattutto fuori dalla propria area statutaria e con obiettivi tutt’altro che difensivi. Con Donald Trump si è andati molto oltre
«Mi sento più sicuro sotto l’ombrello della Nato», disse Enrico Berlinguer in un’intervista a la Repubblica il 15 giugno ’76, una presa di posizione destinata a segnare una rottura storica nella politica e nella cultura politica della sinistra italiana.
A distanza di cinquant’anni non si può che ribadire il dissenso che accompagnò quella scelta di campo, dentro il Pci, sotto traccia, ed esplicito nella più vasta sinistra. È il caso, anzi, d’affermare con nettezza esattamente il contrario: sotto l’ombrello della Nato non ci sentiamo affatto, noi europei, noi italiani – senza dimenticare Gladio e le sue iniziative golpiste – , al sicuro, ci sentiamo più vulnerabili, esposti come siamo alle insidie del nostro ormai nemico interno, la potenza che guida l’Alleanza. Il paese che ne è stato ed è il leader appare sempre più disposto a forzare regole, patti e persino il diritto internazionale in funzione di interessi unilaterali. Dei propri interessi.
IL RECENTE BLITZ in Venezuela, che ha suscitato spaesamento, imbarazzo e un sostanziale silenzio tra molti alleati europei, rappresenta in questo senso un punto di svolta. Non solo per la violazione del diritto internazionale che esso comporta, ma per la reazione – o, meglio, la non reazione – dell’Europa.
Un silenzio che, di fatto, finisce per incoraggiare l’amministrazione Trump a proseguire lungo la stessa strada, rafforzando l’idea che l’Alleanza atlantica possa essere piegata a logiche di potenza nazionale – quella statunitense – senza un reale contrappeso politico, con evidenti riverberi negativi per l’Europa e per l’Italia.
Ma è anche la guerra in Ucraina a rendere questa riflessione non più eludibile. Quel conflitto ha riportato la guerra nel cuore dell’Europa, mettendone in luce la fragilità strategica, la dipendenza militare dagli Stati Uniti e l’assenza di una vera capacità autonoma di decisione. Il sostegno all’Ucraina si è progressivamente intrecciato con le priorità globali e interne di Washington, rendendo evidente come il destino della sicurezza europea continui a essere largamente determinato altrove.
È anche guardando al dopo Ucraina che la ridefinizione del nostro stare nella Nato assume un nuovo significato. Quale assetto di sicurezza emergerà dalla fine del conflitto? Con quali garanzie e sotto quale leadership? Continuare a non porsi queste domande significa accettare una permanente e indiscutibile subordinazione strategica.
È DENTRO QUESTO quadro che si colloca il dibattito sul riarmo europeo: riarmarsi per fare cosa, e dentro quale sistema di alleanze? Discutere di spesa militare, di deterrenza o di difesa comune europea senza interrogarsi sulla trasformazione della Nato significa muoversi dentro una cornice data per scontata, quando proprio quella cornice è oggi in discussione.
La Nato, se mai è stata “difensiva”, come afferma candidamente la sua carta, dopo la caduta del Muro di Berlino è diventata un’alleanza che opera soprattutto fuori dalla propria area statutaria e con obiettivi tutt’altro che difensivi. Con Donald Trump si è andati molto oltre. È un organismo attraversato da asimmetrie crescenti, da interessi divergenti e da una leadership statunitense sempre meno vincolata da una visione condivisa con i partner europei.
Non si tratta, almeno nell’immediato, di immaginare un’uscita dell’Italia dalla Nato o un suo superamento radicale. Si tratta, piuttosto, di riconoscere che il Patto atlantico non è più un dato neutro e immutabile, ma una costruzione politica che può e deve essere discussa. Anche superata e consegnata alla storia, se è questo che esigono i tempi nuovi che stiamo vivendo.
In questo senso, la crisi sulla Groenlandia accelera ulteriormente l’urgenza di questa riflessione. Essa mostra con chiarezza come le priorità strategiche degli Stati Uniti possano entrare in collisione con interessi europei e assetti geopolitici che fino a poco tempo fa venivano considerati stabili. Non è un episodio marginale, ma un segnale che rende evidente quanto sia diventato fragile il presupposto di una convergenza automatica tra Washington e Bruxelles.
EMMANUEL MACRON ha dichiarato, di fronte all’assemblea dei suoi ambasciatori, di rifiutare il «nuovo colonialismo» delle grandi potenze, così come il «disfattismo» prevalente di fronte ai recenti sviluppi globali e ciò che «siamo riusciti a realizzare per la Francia e in Europa è stato un passo nella giusta direzione. Maggiore autonomia strategica, minore dipendenza da Stati Uniti e Cina». Non è stato così, non è così, purtroppo: con l’eccezione di Pedro Sánchez, su Gaza e sul Venezuela, la Ue e tutte le cancellerie europee si sono accodate in silenzio al farneticante commander-in-chief, lanciando solo un flebile segnale di esistenza con una blanda presa di posizione a fianco della Danimarca sulla prossima invasione promessa da Trump, in un territorio che è parte della stessa Alleanza atlantica e, per quanto indirettamente, dell’Unione Europea.
Che altro deve succedere per dichiarare, traendone tutte le conseguenze politiche che sotto l’ombrello della Nato c’è solo una sicurezza, quella di essere travolti dall’escalation del campione di Oil First?
* Fonte/autore: Guido Moltedo, il manifesto[1]
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