Anche l’Avana nel mirino USA, tutti uccisi i cubani della scorta di Maduro

Anche l’Avana nel mirino USA, tutti uccisi i cubani della scorta di Maduro

Loading

Tra gli 80 morti del blitz di Caracas anche le 32 guardie del corpo del leader venezuelano. Cuba li onora e teme di essere la prossima

L’Avana. «Onore e gloria». Le Forze armate rivoluzionarie (Far) e il governo di Cuba rendono omaggio ai 32 membri del “primo anello di sicurezza” di Maduro uccisi nel blitz della Delta Force a Caracas. La conferma è ufficiale anche se non vengono forniti i nomi. Per loro è stato decretato un lutto nazionale di due giorni. Il ministro della difesa venezuelano Vladimir Padrino, in un discorso in tv domenica ha affermato che tutti i membri della sicurezza di Maduro sono stati uccisi. Si parla di un’ottantina di persone.

DUNQUE NON VI SONO testimoni di quanto sia accaduto. Ma una cosa è certa: «I cubani non hanno tradito». Ma qualcun altro l’ha fatto, vista la relativa facilità con la quale è avvenuta l’“estrazione” dell’ex presidente Maduro. Le versioni e ipotesi che circolano sono degne di una spy story. Naturalmente non verificabili. Ma la versione che domenica ha fornito il segretario di Stato americano Marco Rubio qualche elemento lo mette in chiaro. Gli Usa pensano a una sorta di continuità politico-militare in Venezuela assicurata da Delcy Rodríguez, da ieri presidente ad interim, e dal medesimo generale Padrino. Però sotto lo stretto controllo di Rubio, altrimenti Delcy «farà una fine peggiore di Maduro», parola di Trump.

Di democrazia e transizione democratica non si parla. Rubio è stato cristallino. L’opposizione venezuelana e la stessa Corina Machado «sono fantastici», ma non contano nulla. Quello che conta e di cui si è parlato è il petrolio. E dovrà essere sotto controllo stretto degli Usa. In parole crude Marco Rubio sarà il proconsole imperiale e Delcy Rodríguez una sorta locale di Quisling (il politico imposto da Hitler alla Norvegia occupata) locale. Questi i piani, poi si vedrà se esiste un “chavismo moderato” e pronto a collaborare con Trump.

SISTEMATO – in teoria – il Venezuela ora tocca a Cuba. È quanto ha fatto capire domenica il segretario di Stato. Il quale, fin da quando giovane studente frequentava i bar di Little Habana a Miami e i leader terroristi anticastristi della Fondazione cubano-americana ha sempre basato la sua scalata politica su un motto – ciceroniano – Cuba castrista delenda est.

Lo ha ripetuto a iosa. «Se fossi un dirigente cubano mi preoccuperei». «Cuba farà la stessa fine». Il tutto amplificato da mass media – anche italiani – che da molti anni rinnovano previsioni (e speranze) di funerali, prima di Fidel, poi di Raúl (oggi 93enne) e finalmente del «regime cubano». Così gli avvoltoi volano bassi sull’isola attirati da tali previsioni di cadaveri, veri e politici.

SE TRUMP dimostra che è possibile risolvere una crisi come quella del Venezuela con la forza, senza rispettare trattati e legalità internazionale e interna, e se può farlo senza una consistente opposizione interna e internazionale, allora Cuba corre seri pericoli. Questa l’analisi del gruppo della Joven Cuba.

Preoccupato è anche il giovane professore universitario (di storia) Fabio Fernández, accreditato di analisi non convenzionali. Se il panorama di incertezza politica in Venezuela (ovvero collaborazionismo di un settore chavista) si conferma «allora questa incertezza si estende a Cuba. L’isola sarebbe privata del suo maggior alleato e uno dei suoi principali sostegni economici», sostiene. «Si apre anche uno scenario nel quale Cuba potrebbe essere oggetto di un’aggressione» degli Usa. «Ma prima dovrebbero preparare l’opinione pubblica» americana.

UN SIMILE PARERE è espresso anche da Rafael Hernández, direttore della rivista Temas e uno dei principali analisti dei rapporti Cuba-Usa. Gli argomenti usati da Trump e Rubio contro Cuba sono eminentemente politici (crisi economica, violazione diritti dell’uomo) non criminali (narcotraffico) dunque «serve preparare una diversa base “legale” per giustificare un’aggressione armata contro Cuba». Per questo, afferma Hernández, viene ipotizzato che il regime socialista imploderà, «senza bisogno di intervento militare». Comunque, «il pericolo di un’aggressione degli Usa non è una buona notizia per il clima di apertura che richiedono riforme. La sindrome da fortezza assediata – secondo il politologo- non contribuisce a favorire quelle riforme istituzionali necessarie» secondo molti analisti e economisti, per far uscire l’isola dalla crisi.

IL CLIMA di pessimismo è aggravato dalle rumorose manifestazioni della destra latinoamericana piena di odio e di cattiva coscienza nei confronti di una piccola isola, strangolata dagli Usa, ma che resiste. L’argentino Milei e l’ecuadoriano Noboa guidano la richiesta di farla finita con Cuba socialista, il primo impugna la motosega, il secondo banane inquinate da polvere bianca. Il vertice delle Forze armate (Far) cubane risponde: «Non ci arrenderemo».

QUALCOSA PERÒ si muove per cercare di mettere un freno all’imperialismo di Trump. E viene dai due più importanti paesi latinoamericani, Messico e Brasile. Entrambi si impegnano – seppur, specie il Messico, con cautela – a una cooperazione più stretta nell’ambito di una diplomazia multilaterale, appoggiata dai Brics.

* Fonte/autore: Roberto Livi, il manifesto



Related Articles

Netanyahu sempre più sulla graticola

Loading

Israele. Mercoledì sera il premier, sotto indagine per frode e corruzione, ha abilmente spostato il procedimento giudiziario su un piano politico

La Grecia esce dalla procedura UE per deficit eccessivo

Loading

Ue/Atene. Il rapporto deficit-Pil dal 15% è sceso sotto il 3%

Grecia. Abusivismo e disboscamento hanno bruciato l’Attica

Loading

Ottantuno vittime accertate negli incendi sulla costa orientale. Ma manca un centro di coordinamento

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment