Il business del genocidio, al via il Board che deciderà il futuro della Striscia

Il business del genocidio, al via il Board che deciderà il futuro della Striscia

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Trump ha annunciato i membri del Consiglio della Pace: una élite straniera di affaristi che nega l’autodeterminazione palestinese invitata al banchetto della possibile ricostruzione di Gaza, ridotta a una distesa di macerie da due anni di offensive militari israeliane

Analisti assennati e di buonsenso, quelli invitati ritualmente ai talk televisivi, ci spiegheranno che occorre guardare con fiducia all’iniziativa di pace di Donald Trump per Gaza. La realtà è ben diversa ed è un crimine ingannare ancora una volta i palestinesi. Il «Board of Peace» annunciato ieri da Donald Trump nell’ambito della Fase Due dell’accordo di tregua tra Israele e Hamas altro non è che un comitato di affari e finanza invitato al banchetto della possibile ricostruzione di Gaza, ridotta a una distesa di macerie da due anni di offensive militari israeliane.

I personaggi che ne fanno parte sono la rappresentazione, con rare eccezioni, di una governance per Gaza dominata da paesi e centri di potere esterni, con i palestinesi subordinati alle élite occidentali, agli interessi di Washington e alle imposizioni di Israele. I membri del Consiglio «supervisioneranno un portafoglio definito, fondamentale per la stabilizzazione e il successo a lungo termine di Gaza», ha scritto la Casa Bianca, tra cui «il rafforzamento delle capacità di governance, le relazioni regionali, la ricostruzione, l’attrazione di investimenti, i finanziamenti su larga scala e la mobilitazione di capitali». Oltre la retorica trumpiana, il documento diramato da Washington descrive un organismo – con il tycoon che si candida di fatto a presiederlo a vita, anche quando non sarà più presidente – che darà o rifiuterà il suo assenso a qualsiasi decisione e progetto del comitato tecnico palestinese incaricato di organizzare la ricostruzione e l’assistenza a oltre due milioni di civili in condizioni umanitarie disastrose. Le decisioni del Board saranno comunicate ad Ali Shaath, capo dei tecnici palestinesi, dal bulgaro Nickolay Mladenov, ex inviato Onu per il Medio Oriente. Proclamato «Alto rappresentante per Gaza», Mladenov sarà semplicemente un passacarte di Trump. E, comunque, il diritto di ultima parola spetterà al convitato di pietra, Israele.

Benyamin Netanyahu ha dovuto digerire la decisione della Casa Bianca di invitare a far parte del Consiglio anche la Turchia e il Qatar, che considera alleati di Hamas. È nota l’opposizione di Tel Aviv a un ruolo per il nemico Erdogan nelle vicende di Gaza. Ma il premier israeliano ha già messo in chiaro che il suo paese considera simbolici i comitati e i board appena annunciati. Ciò che conta per Israele, ha chiarito, sono il disarmo totale di Hamas, la smilitarizzazione della Striscia e la restituzione della salma dell’ultimo ostaggio, il sergente Ran Gvili. Altrimenti, ha avvertito, la ricostruzione di Gaza resterà un’ipotesi. Israele ha il controllo dei valichi: non c’è persona o cosa che possa entrare o uscire dal piccolo lembo di terra palestinese senza il via libera del governo Netanyahu. Il cessate il fuoco, scattato il 10 ottobre, vede attacchi israeliani quotidiani, con oltre 400 palestinesi uccisi in tre mesi.

I nomi resi noti ieri dagli Stati uniti rivelano il profilo di un Consiglio della pace in cui affari, potere e sicurezza sono il testo sacro dei suoi componenti. Il futuro dei palestinesi non è davvero contemplato. Anzi, l’ambasciatore americano in Israele, rispondendo alle domande di Makor Rishon, ha proclamato che «l’emigrazione volontaria» degli abitanti della Striscia, espulsione nei fatti, resta sempre in agenda, a circa un anno di distanza dalle dichiarazioni di Trump su «Gaza Riviera del Medio Oriente». Dell’esecutivo del Board fanno parte il segretario di Stato Marco Rubio; l’inviato di Trump Steve Witkoff; Jared Kushner, genero e consigliere fidato del presidente Usa; e figure di spicco della finanza internazionale e amici del tycoon come Marc Rowan, Ajay Banga e Robert Gabriel. È stato invitato persino il presidente argentino Javier Milei, affine a Trump, che in campagna elettorale girava con una sega elettrica a simboleggiare il modo in cui avrebbe risolto i problemi del suo paese.

Tra i membri più controversi, a dir poco, c’è Tony Blair. Infaticabile promotore di sé stesso, ex premier britannico dal 1997 al 2007, Blair vanta decenni di «esperienza» in Medio Oriente. Ha affermato il falso accusando Saddam Hussein di essere in possesso di armi di distruzione di massa allo scopo di favorire l’invasione dell’Iraq nel 2003, costata la vita a centinaia di migliaia di persone, in gran parte civili. Poi ha ricoperto ignominiosamente il ruolo di inviato del «Quartetto» dei mediatori mediorientali. Promise di arrivare a un accordo tra Israele e i palestinesi, invece fece solo i propri interessi, impegno che porta avanti con solerzia ancora oggi attraverso un presunto ufficio di «consulenza». Il suo nome ha generato forti perplessità anche nei compiacenti petromonarchi del Golfo, tanto che l’Amministrazione Usa ha dovuto precisare che a Blair non saranno affidati incarichi esecutivi.  Al generale per tutte le stagioni Jasper Jeffers è stato affidato il comando della Forza internazionale di stabilizzazione, formalmente incaricata di far rispettare il cessate il fuoco a Gaza. Jeffers in precedenza ha ricoperto la carica di capo del comando delle operazioni speciali dell’esercito statunitense – bombardamenti impietosi in Iraq e Afghanistan – e ha supervisionato l’attuazione del cessate il fuoco del 2024 tra Israele e Hezbollah.

Altri nomi sono quelli di Hakan Fidan, ministro degli Esteri turco dal 2023 e stretto alleato di Erdogan; il mediatore del Qatar Ali Al Thawadi; Hassan Rashad, direttore dell’agenzia di intelligence egiziana; Reem Al-Hashimy, ministra degli Emirati; Sigrid Kaag, ex coordinatrice dell’Onu per gli aiuti umanitari a Gaza. Israele sarà rappresentato di fatto da Yakir Gabay, un miliardario, in possesso anche della cittadinanza cipriota, coinvolto in affari e operazioni finanziarie in tutto il mondo. Il giornale Maariv ieri riportava le dichiarazioni che Gabay ha rilasciato apprendendo della sua nomina: «Il completo disarmo di Hamas è un prerequisito per l’attuazione del piano di sviluppo di Gaza. Continueremo i nostri sforzi per restituire il soldato della Guardia di frontiera rapito, Ran Gvili, e farlo seppellire in Israele». Parla come Netanyahu e sarà il suo rappresentante.

Deboli le reazioni delle principali organizzazioni palestinesi. L’Anp di Abu Mazen non fiata e applaude a tutto ciò che decide Trump, persuasa che un giorno, grazie a lui, tornerà a governare Gaza. Hamas approva la Fase Due e si limita ad accusare Israele di violazioni della tregua. Solo la Jihad islamica si dice «sorpresa» dalla composizione del Consiglio della pace, che, sottolinea, servirà soltanto gli interessi dell’occupazione israeliana.

* Fonte/autore: Michele Giorgio, il manifesto

 



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