Il nuovo ordine coloniale: l’imperatore mezzo mercante e mezzo fascista
![]()
Sembrerebbe che l’avidità mercantile di Donald Trump finisca col mitigarne il carattere violento, dittatoriale e incline a un’ideologia di stampo neofascista. Le estreme destre europee su cui la Casa bianca contava per disarticolare l’Unione se le ritrova ora in rotta di collisione, sospinte dalla congenita corrente sciovinista
Non so se di questo ci si possa consolare, ma sembrerebbe che l’avidità mercantile di Donald Trump finisca col mitigarne il carattere violento, dittatoriale e incline a un’ideologia di stampo neofascista. Dell’accordo raggiunto sulla Groenlandia con il suo famiglio Mark Rutte, ben poco si sa. Ma di certo l’ilare segretario generale della Nato non disponeva di alcun mandato né di alcuna autorità per trattare in tutto o in parte il futuro assetto del territorio groenlandese.
Copenaghen e le principali capitali europee si sono affrettate a precisarlo. Ma volendo tirare a indovinare l’affarone di Donald potrebbe presentarsi più o meno così: l’Europa pagherà fior di miliardi per la difesa Nato dell’isola di ghiaccio, mentre gli Stati uniti acquisirebbero le aree di maggior interesse economico e concentrazione delle risorse tramite qualche formula di diritto privato che ne assicuri a Washington la piena proprietà (non una concessione dunque) senza però scalfire il simulacro della sovranità nazionale. Tutti contenti dunque: l’industria estrattiva Usa, i Maga che avversano le avventure geopolitiche, l’Europa risparmiata dalla guerra commerciale e gratificata nel suo orgoglio “sovrano”. Tuttavia, se il cancelliere Merz già plaude al clima di mediazione, altri governi europei, a cominciare da quello danese, non sembrano disposti a ingoiare così facilmente il rospo.
Tuttavia la rumorosa volontà di indipendenza manifestata dall’Unione europea nei giorni passati, le risposte più audaci e risentite alle provocazioni di Trump non sono esattamente un segno di forza o un’affermazione di consapevolezza politica.
La tematica della sovranità nazionale su cui poggiano, selezionata peraltro come unica chiave di lettura del diritto internazionale, minaccia da vicino l’integrazione europea e il suo respiro sovranazionale. Non è affatto un caso se nel corso della crisi artica le destre nazionaliste francesi e tedesche, già in ammirata sintonia con il tycoon, con i suoi metodi di governo e con le sue pulsioni xenofobe si sono questa volta inalberate contro le pretese territoriali di Washington sulla danese Groenlandia.
Le estreme destre europee, dal Rassemblement national di Le Pen e Bardella all’Afd di Alice Weidel, hanno attaccato frontalmente Donald Trump, reo di voler attentare al sacro principio della sovranità nazionale. I nazionalismi, è cosa nota, si somigliano e si riconoscono nell’ideologia e nelle forme di governo, ma sono inesorabilmente spinti dalla loro specifica natura ad entrare in conflitto, a scatenare guerre: l’internazionale nazionalista è una evidente contraddizione in termini, così come quell’“Europa delle nazioni” a cui le nuove destre radicali aspirano.
E così l’Afd tedesca, già platealmente sostenuta da Elon Musk, e le estreme destre europee su cui la Casa bianca contava per disarticolare l’Unione se le ritrova ora più o meno direttamente in rotta di collisione, sospinte dalla congenita corrente sciovinista. La destra radicale europea, per quanto possa apprezzare la politica autocratica e muscolare di Trump, resta in fondo fedele alle sue tradizioni antiamericane.
Le sinistre europee dovrebbero ben guardarsi dal mettersi nella scia di un indipendentismo patriottico e nazionalista, tanto più che nella loro storia, ma anche nel loro presente, queste derive non sono mai state definitivamente espulse. Non tutti i modi per opporsi all’aggressività dell’attuale amministrazione americana sono privi di gravi controindicazioni.
Una “indipendenza europea” che poggi sull’antiamericanismo, ovverosia sulla contrapposizione di gerarchie e tradizioni del vecchio continente al pragmatismo e all’intraprendenza nordamericane sarebbe una iattura.
Disgraziatamente l’autonomia dell’Unione Europea, sorvolando sulle divisioni e gli squilibri che la attraversano, è stata affidata al riarmo e al superamento di tutti i limiti, morali e materiali, che gli sconfitti della seconda guerra si erano dati.
Una autonomia, dunque, che fa leva essenzialmente sulla forza seguendo così per filo e per segno le prescrizioni e lo stile di Donald Trump che alla sola forza (e alla sua personale “moralità”) attribuisce la capacità di mantenere l’ordine planetario e garantire la pace. Che l’Unione europea riesca a recuperare l’enorme distacco militare dalle grandi potenze planetarie in tempo utile è discutibile, che riesca a farlo mantenendo, almeno per grandi linee, il suo modello sociale o, se vogliamo, la sua “moralità” è del tutto improbabile.
I governi nazionali riuniti nella Ue non si trovano di fronte a brillanti alternative. Il discorso sull’indipendenza si configura fin da subito come una ripresa della politica nazionalista in Europa.
Ma oltre il “Noi” e “Loro” rappresentato negli stati, e che oggi domina il discorso pubblico e la scena mediatica, esistono delle società, delle regioni, dei comuni, dei gruppi sociali, dei sindacati e delle forze politiche che potrebbero dare vita a una alleanza antifascista transatlantica, tanto per darle un nome familiare. Qualcosa che rimbalzi da una sponda all’altra, come accadde allo scadere del secolo scorso tra Seattle e Genova. Magari cominciando ad ascoltare la voce di Minneapolis e rispondendole.
C’è forse qualche comune disposto a intitolare una strada o una piazza a Renée Good?
* Fonte/autore: Marco Bascetta, il manifesto
Related Articles
Egitto, 33 morti in piazza Tahrir il governo rassegna le dimissioni
![]()
Oggi milioni di persone torneranno a manifestare. I militari non hanno ancora accettato la rinuncia dell’esecutivo Incendiata la sede del partito del candidato presidenziale El Baradei
L’ex ministro francese confessa i conti segreti Hollande sulla difensiva
![]()
Processo alla «morale» socialista
La Grecia blocca i profughi e chiude il confine con la Turchia
![]()
Atene/Ankara. L’esercito presidia la frontiera, MItzotakis chiama Merkel. Syriza ed ex Pasok: «La Dichiarazione comune Ue-Ankara è finita». Tensione nella Nato


