In Iran continua il massacro, Trump: «Stiamo arrivando»

In Iran continua il massacro, Trump: «Stiamo arrivando»

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Fonti interne parlano di tremila morti, Teheran ne ammette almeno duemila. Il figlio dello scià invoca i bombardamenti Usa. Il blocco di internet impedisce di avere dati certi. La Casa bianca preme sugli alleati iraniani con i dazi

Il canale televisivo satellitare di lingua persiana con sede a Londra, Iran International, ha riportato ieri una notizia agghiacciante: «Nel più grande massacro nella storia contemporanea dell’Iran, sono state uccise almeno 12mila persone tra giovedì e venerdì, 8 e 9 gennaio».

L’emittente è molto vicina a Israele – probabilmente il finanziatore principale – il cui operato di manipolazione delle informazioni è ormai più che evidente. Quel bilancio ha messo in subbuglio milioni di iraniani all’estero che, da giovedì, dopo l’imposizione del blocco di internet in Iran, non riescono a contattare i propri cari.

SECONDO FONTI interne al Paese citate dal New York Times, le vittime sarebbero circa 3mila in tutto il Paese. La cifra include centinaia di agenti di sicurezza e poliziotti. È difficile determinare il vero bilancio dei morti e feriti. Sembra comunque che le dimensioni reali della repressione siano molto più grandi rispetto al passato.

In un post su Truth Social, il presidente degli Stati uniti Donald Trump ha lanciato un appello: «Patrioti iraniani, continuate a protestare – prendete il controllo delle vostre istituzioni! … Ho annullato tutti gli incontri con i funzionari iraniani finché l’insensata uccisione dei manifestanti non cesserà. Gli aiuti stanno arrivando».

L’incitazione alla ribellione di un altro Paese sembra essere consentita nella moralità del presidente americano perché, a suo dire, «non ho bisogno del diritto internazionale». Non è neanche chiaro cosa intenda Trump con gli aiuti in arrivo. La portavoce della Casa bianca, Karoline Leavitt, ha detto che gli attacchi aerei sono tra le «molte opzioni» che il presidente sta prendendo in considerazione. In serata il Wall Street Journal ha riportato di un presunto avvertimento Usa ai paesi alleati del Golfo: prepararsi a un eventuale raid su Teheran.

TUTTAVIA, sembra che il fulcro della politica americana sia un’offensiva economica volta a isolare totalmente Teheran dal sistema finanziario globale attraverso l’uso di dazi secondari del 25%. Questa misura non colpisce solo l’Iran, ma impone un diktat immediato a tutti i suoi principali partner commerciali: Cina, Emirati arabi, Turchia e Iraq devono ora scegliere se mantenere i propri scambi con l’Iran o mantenere l’accesso al mercato statunitense.

L’obiettivo è esasperare la crisi di liquidità iraniana, già alimentata dal crollo del rial e dall’inflazione, colpendo duramente esportazioni di petrolio e importazioni di carburante raffinato. Tale pressione non può impedire la repressione o accelerare il collasso del potere teocratico. L’obiettivo sembra costringere Teheran a fare concessioni piuttosto che aiutare i manifestanti.

Il ministero degli esteri russo ha sposato la versione iraniana e ha condannato «le ingerenze sabotatrici straniere nei processi politici interni dell’Iran». La crisi iraniana viene osservata da Mosca con una miscela di timore e realismo politico. Per il Cremlino l’Iran è un tassello importante: un eventuale crollo del regime significherebbe perdere uno dei pilastri della sua rete di alleanze, dopo i colpi già subiti in Siria e Venezuela.

Teheran è inoltre considerata un vero laboratorio: dall’elusione delle sanzioni alle tecniche di controllo sociale e di limitazione di internet, la Russia ha attinto a lungo dall’esperienza iraniana. Nonostante le proteste, Mosca continua a sostenere il regime con forniture militari e grandi progetti infrastrutturali, dal nucleare al corridoio commerciale nord sud. Tuttavia è improbabile che Putin comprometta il dialogo con gli Stati uniti di Trump né che distolga risorse dal conflitto ucraino.

Come già avvenuto in passato, il Cremlino resta pronto a prendere le distanze se il costo politico e strategico dovesse diventare troppo alto. Nel frattempo, il canale ufficiale di Telegram della tv statale iraniana diffonde costantemente notizie sull’arresto di nuclei armati in giro per le città del paese e mostra video di attacchi dei «sabotatori» contro esponenti dei servizi di sicurezza, di difficile verifica.

IL PRINCIPE EREDITARIO iraniano in esilio, Reza Pahlavi, ha chiesto al presidente americano Trump di agire «prima piuttosto che poi», mentre le proteste continuano. In un’intervista alla CBS News, Pahlavi ha avvertito che qualsiasi ritardo comporterebbe solo ulteriori morti: «Il modo migliore per garantire meno vittime in Iran è intervenire subito, così che questo regime crolli definitivamente e si ponga fine a tutti i problemi che stiamo affrontando».

Pahlavi ha vissuto in Francia e negli Stati uniti dal 1979 e non sembra avere capacità egemonizzante tra le varie anime dell’opposizione, sia all’interno sia all’esterno del paese. Neanche Trump sembra nutrire grande fiducia in lui: non lo ha voluto incontrarlo nonostante la sua richiesta. Pahlavi ha invece incassato l’esplicito sostegno del presidente israeliano, che lo ha esaltato come una figura credibile per guidare la transizione in Iran.

Secondo voci di corridoio, Pahlavi vuole dimostrare agli Usa la sua influenza in Iran attraverso l’incitamento della popolazione e, ancor di più, cercando di far defezionare l’esercito, cosa che, nonostante molteplici appelli, non gli è riuscita. Pahlavi è accusato di voler restaurare un sistema autoritario e patriarcale. Le minoranze etniche (curdi e baluchi) e le fazioni repubblicane diffidano del suo centralismo, preferendo visioni federali o decentralizzate della governance.

* Fonte/autore: Francesca Luci,  il manifesto



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