Iran, per poter seppellire i morti bisogna pagare

Iran, per poter seppellire i morti bisogna pagare

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Tributi esorbitanti per riavere i cadaveri dei propri cari. Migliaia gli arrestati, tra loro i medici che hanno soccorso i manifestanti. Putin parla al telefono con Netanyahu e Pezeshkian e si offre mediatore. L’inviato Usa Witkoff elenca quattro condizioni, irricevibili per il regime: equivalgono a un suicidio

Da dietro la muraglia iraniana del silenzio digitale arrivano stime sulle vite spezzate nei tre giorni culminanti delle recenti manifestazioni, che superano ogni immaginazione. Anche se nessuno conosce con esattezza i numeri, tutti ripetono: «Tantissimi, è stato un massacro». Reperire viveri è diventato difficile: il mercato è impazzito, con prezzi alle stelle. Intanto, il tam tam di tv e radio di Stato continua a ripetere che tutto è normale, ma nessuno ci fa più caso.

ALCUNE TESTIMONIANZE riescono a filtrare attraverso linee telefoniche sempre più controllate, dove non è possibile parlare apertamente. Le famiglie dei caduti sono costrette a versare tributi esorbitanti per ottenere le spoglie dei propri cari e celebrare il rito funebre, a meno che non dichiarino che il defunto fosse stato un fedelissimo del sistema, ucciso per mano dei rivoltosi. Decine di migliaia di feriti giacciono negli ospedali o restano nascosti nelle case per timore di essere arrestati. Si apprende dell’arresto di alcuni medici per aver aiutato i feriti. Si parla di 18mila arresti secondo fonti estere, e di 3mila secondo le autorità.

Veicoli corazzati presidiano ogni angolo delle città ferite, mentre gli imam del venerdì invocano il patibolo per quelli che definiscono «mercenari d’oltreoceano». Una voce discordante arriva dalla città di Zahedan: Maulvi Abdul Hamid, il leader sunnita, ha espresso rammarico per l’uccisione dei manifestanti, rivolto le sue condoglianze alle famiglie dei deceduti. Abdul Hamid ha chiesto «l’immediato rilascio di tutti i detenuti, compresi i prigionieri politici e il loro ritorno tra le braccia delle loro famiglie».

Mohammad Khatami, ex presidente del governo riformista, ha invece definito le proteste una «grande cospirazione pianificata». Ha sostenuto l’attuale governo: «È tutt’altro che giusto ignorare il comportamento civile del governo nei primi giorni delle proteste pubbliche»-

IERI SI È DIFFUSA la notizia dell’arresto dell’altro ex presidente Rouhani, figura considerata tra i possibili successori del leader supremo dopo la sua morte, e dell’ex ministro degli esteri Javad Zarif, notizia prontamente smentita. Intanto permane l’oscuramento di internet su tutto il territorio. Alcune fonti parlano di una decisione del potere iraniano di estendere il blocco fino a marzo. Si usa una rete locale, sul modello cinese, per le transazioni economiche e gli affari locali. Non fanno notizia neppure l’abbondante pioggia e le nevicate che, dopo una delle peggiori siccità del Paese, hanno finalmente bagnato una terra assetata.

Sullo scacchiere globale si è tenuta la riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza dell’Onu per esaminare la situazione in Iran. La sessione, convocata su richiesta degli Stati uniti, non ha prodotto nulla più della solita retorica: Usa ed Europa condannano la repressione, l’Iran accusa i «terroristi» di aver dirottato le proteste.

Il presidente russo, Vladimir Putin, al telefono con Benjamin Netanyahu e Masoud Pezeshkian, si è proposto come intermediario tra i due Paesi. L’agenzia Tasnim, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, riporta la notizia delle conversazioni tra Putin e Pezeshkian ma non fa alcun accenno all’intermediazione con Israele.

MOSCA HA tradizionalmente esercitato la sua influenza in Iran e non vede di buon occhio un eventuale intervento militare americano, né il dispiegamento di forze che l’inquilino della Casa bianca, Trump, sta preparando intorno all’Iran.

E mentre Trump su Truth Social ringrazia l’Iran per aver sospeso le esecuzioni, le grandi manovre in corso, tra trattative e pressione politica e militare da parte di Washington, sono state riassunte in quattro condizioni dall’inviato speciale Steve Witkoff, intervistato durante la conferenza del Consiglio israelo-americano in Florida.

Witkoff ha affermato che, se gli iraniani vogliono raggiungere un accordo diplomatico, devono interrompere l’arricchimento nucleare, ridurre l’inventario dei missili, consegnare il materiale nucleare arricchito tra il 3,67% e il 60% e cessare di sostenere i loro proxy in Medio Oriente.

L’augurio di Witkoff, che spera che le questioni vengano risolte non militarmente ma attraverso la diplomazia, sembra un freddo cinismo. È evidente che le quattro condizioni per il regime iraniano significano una decapitazione volontaria. Le precondizioni statunitensi non sembrano una proposta di negoziati, ma un diktat. È difficile immaginare che il regime della Repubblica islamica possa accettare tutte le condizioni esposte. In queste circostanze, un confronto militare sembra inevitabile.

NEL FRATTEMPO il principe ereditario dell’ex monarchia in Iran, Reza Pahlavi, ieri, in una conferenza stampa a Washington, ha spiegato la sua visione politica per una possibile transizione democratica del Paese. I quattro principi descritti dal principe sono: integrità territoriale, separazione tra religione e Stato, uguaglianza dei cittadini davanti alla legge e diritto alla libera scelta. «I quattro principi rappresentano condizioni essenziali per chiunque voglia partecipare al processo di cambiamento e definiscono il quadro di valori su cui basare la futura governance», ha concluso Pahlavi.

Tuttavia, ciò che in questi giorni è al centro del dibattito tra gli iraniani è se una persona che intende conquistare il potere tramite l’azione militare di paesi stranieri possa essere considerata un leader legittimo.

* Fonte/autore: Francesca Luci, il manifesto



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