Iran. Rivolta e repressione rallentano e Trump sospende l’attacco, per ora
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Riaperto lo spazio aereo. Nessuna esecuzione in vista, ma è scontro sul numero dei morti
L’iperattivismo internazionale del presidente Trump non sembra conoscere confini né gerarchie: dal controllo delle risorse venezuelane alle pressioni su Cuba, fino alla suggestione di acquisire la Groenlandia, la sua agenda appare guidata da una logica di forza più che da una strategia coerente.
Le minacce di un attacco militare contro Teheran, per aiutare i manifestanti, sembrano essere azioni che mirano a indebolire e costringere il governo della Repubblica islamica alle concessioni piuttosto che un vero aiuto concreto ai cittadini iraniani. La strategia della Casa Bianca non è del tutto chiara. Trump aveva minacciato un attacco diretto che alcuni funzionari militari statunitensi davano per certo durante le prime ore di giovedì.
Tuttavia, dopo l’intervento del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi su Fox News, Donald Trump ha ritirato le minacce di colpire l’Iran, almeno per ora, affermando di aver ricevuto rassicurazioni che le uccisioni dei manifestanti sono state interrotte e che non sono previste esecuzioni.
I PAESI DEL GOLFO PERSICO, alleati di Washington, sembra che non abbiano sostenuto un’eventuale azione militare americana contro Teheran. Arabia Saudita, Qatar e Oman temono che un’escalation o il collasso dello Stato teocratico possa destabilizzare l’intera regione e danneggiare la loro economia. Un eventuale vuoto di potere in Iran potrebbe portare a un’egemonia incontrastata di Israele, scenario sgradito alle monarchie del Golfo.
Tuttavia, il Pentagono ha ordinato alla portaerei Abraham Lincoln di spostarsi dal Mar Cinese all’area di responsabilità del Comando centrale degli Stati Uniti (Centcom), che opera nel Medio Oriente. Apparentemente, gli Stati uniti mantengono gruppi d’attacco pronti nella regione, suggerendo una pressione strategica più che un conflitto imminente.
Anche Teheran sembra aver colto il segnale. La dirigenza iraniana ha avviato una comunicazione pubblica inusuale. Ieri, per la prima volta, i media di Stato hanno dato notizia dell’arresto di Erfan Soltani, 26 anni, fermato durante i disordini del 10 gennaio. La sua famiglia aveva denunciato di aver ricevuto comunicazione di un’imminente esecuzione, prevista per l’alba di ieri.
SUCCESSIVAMENTE, la magistratura ha precisato che le accuse non prevedono la pena capitale, contraddicendo alcune ricostruzioni internazionali. Tra gli attivisti c’era il timore che l’esecuzione di Soltani fosse l’inizio di una serie di esecuzioni dei manifestanti arrestati.
Mentre le proteste sembrano rallentare, permane il blackout di internet in tutto il Paese, ma le comunicazioni telefoniche sono state ristabilite. Il bilancio delle vittime è al centro delle controversie: secondo organizzazioni per i diritti umani come Hrana e Iran Human Rights, il numero oscilla tra 2.500 e oltre 3.400. Per Araghci «sono centinaia, il bilancio esatto sarà reso noto presto».
I MEDIA DI STATO trasmettono centinaia di clip tratte da telecamere di sorveglianza che mostrano persone armate, attacchi incendiari e aggressioni ai danni dei servizi di sicurezza durante i tre giorni culminanti delle manifestazioni. I danni alle proprietà pubbliche sono innumerevoli e ampiamente documentati dai media statali.
Alti funzionari militari hanno accusato Stati uniti, Israele e i «servizi occidentali» di aver finanziato e diretto le proteste, trasformando manifestazioni pacifiche in violenza e distruzione. La diffusione dei video ha l’obiettivo di convincere il pubblico, in particolare i sostenitori del regime, della legittimità della repressione, anche perché un così alto numero di vittime sarebbe difficile da tollerare persino da chi non si oppone al potere.
Non è ancora possibile autenticare tutti i filmati o ottenere testimonianze in assenza di accesso a Internet. Tuttavia, si può affermare che questa protesta, oltre a registrare il più alto numero di vittime nella storia recente della Repubblica Islamica, è stata probabilmente tra le più violente.
Nel frattempo l’Iran ha riaperto il suo spazio aereo. E il presidente Masoud Pezeshkian promette riforme economiche per sedare le proteste. Il governo – fa sapere – intende contrastare la corruzione e l’abuso dell’accesso privilegiato alla valuta estera, per stabilizzare i mercati e migliorare gli standard di vita. È evidente che, così come stanno le cose, è impossibile fornire risposte tangibili alla popolazione che affronta da lungo tempo la perdita del potere d’acquisto. Queste dichiarazioni quindi lasciano indifferente la popolazione.
L’IRAN GENERA RICAVI esportando petrolio attraverso reti ombra, principalmente verso la Cina. I ricavi totali derivanti dal petrolio negli ultimi cinque anni hanno raggiunto circa 193,5 miliardi di dollari. I prezzi del petrolio sono crollati drasticamente, con entrambi i principali indici di riferimento del greggio in calo di circa il 3%.
Questo calo dei prezzi rappresenta un’inversione di tendenza significativa rispetto all’inizio della settimana, quando il rischio geopolitico aveva spinto i prezzi a salire in modo aggressivo. Ogni centesimo di calo si riflette nell’economia iraniana, che dipende dal petrolio finché non si risolve il problema delle sanzioni.
* Fonte/autore: Francesca Luci, il manifesto
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