La strage di migranti continua: nel Mediterraneo si temono centinaia di morti
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Notizie di naufragi a Sfax e Tobruk. All’appello mancano altre barche partite dalla Tunisia. La Cei chiede una missione Ue di ricerca e soccorso. Ma è una voce isolata
L’Organizzazione internazionale per le migrazioni ha comunicato ieri che ci sono evidenze di almeno 51 migranti morti al largo di Tobruk, nella Libia orientale. «Mentre l’Oim sta ancora cercando una conferma ufficiale, l’entità delle vittime segnalate indica un’altra grave tragedia nel Mediterraneo centrale», scrive l’agenzia Onu.
NEL COMUNICATO L’OIM dà anche notizia di tre decessi registrati a Lampedusa. Due gemelle di appena un anno hanno perso la vita per ipotermia prima dello sbarco sull’isola, secondo quanto raccontato dalla madre originaria della Guinea. Per la stessa ragione si è spento un uomo poco dopo aver toccato terra. Alcuni superstiti hanno riferito di un’altra imbarcazione partita insieme alla loro e mai arrivata. «Si teme seriamente che possa essere stata coinvolta in un ulteriore naufragio», scrive l’Oim.
Vite strappate dal tentativo di raggiungere l’Europa che si vanno a sommare alle 50 vittime di un barcone partito nei giorni scorsi dalle coste tunisine di Sfax. La strage è stata resa pubblica domenica solo grazie alla testimonianza dell’unico sopravvissuto. «La barca si è ribaltata a causa del mare in tempesta», ha raccontato al personale medico di La Valletta. Dove è arrivato a bordo di una nave commerciale che non ha potuto sbarcarlo a Lampedusa, proprio per le condizioni meteomarine.
A PARTIRE dal 18 gennaio, con picchi nei giorni seguenti, le coste di Sicilia, Sardegna e Calabria sono state spazzate dai venti fortissimi, fino a 120 chilometri orari, del ciclone Harry. E proprio a cavallo della tempesta dalle coste tunisine sono partite diverse barche di cui si sono perse le tracce. Sabato pomeriggio il giornalista di RadioRadicale, Sergio Scandura, aveva rivelato un messaggio di allarme inviato dalla guardia costiera italiana a tutte le navi in transito nello Stretto di Sicilia. L’«inmarsat» conteneva ben otto barconi in pericolo, tutti partiti da Sfax tra il 14 e il 21 gennaio, per un totale di 380 persone. Il numero dovrebbe comprendere le cinquanta naufragate. In assenza di comunicazioni ufficiali da parte delle autorità italiane o tunisine, il timore è che anche le altre abbiano perso la vita.
Di fronte a un dramma di questa portata la maggioranza ha scelto la strategia del silenzio. Domenica, in una sfortunata tempistica di poco precedente alla notizia del naufragio, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi aveva celebrato il calo degli sbarchi rispetto al gennaio dell’anno precedente. Poi più nulla.
L’OIM punta il dito contro i trafficanti: «Il traffico di migranti su imbarcazioni inadatte alla navigazione e sovraffollate è un atto criminale. Organizzare partenze mentre una violenta tempesta colpisce la regione rende questa condotta ancora più riprovevole». Per l’agenzia Onu c’è «l’urgente necessità che la comunità internazionale intensifichi gli sforzi per smantellare queste reti criminali e prevenire ulteriori perdite di vite umane». Uno sforzo già in campo a tutti i livelli, guidato in Europa dall’esecutivo italiano.
Mentre continua a mancare qualsiasi impegno serio sul soccorso nel Mediterraneo centrale. Gli assetti italiani operano solo nella propria area Sar (search and rescue), le ong devono affrontare ostacoli istituzionali sempre più grandi. Nel comunicato dell’Oim questo tema è confinato all’ultima riga e non ha soggetto: «È essenziale rafforzare gli sforzi di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale per salvare vite umane e garantire uno sbarco sicuro».
A PRENDERE POSIZIONE è rimasta la chiesa. «Ancora morti in mare nel disinteresse dell’Europa. Le vittime potrebbero essere 400», ha dichiarato l’arcivescovo Gian Carlo Perego, presidente della Fondazione Migrantes. Perego ha sollecitato l’intervento dell’Ue, chiedendo quando si avvierà finalmente «un’operazione condivisa di soccorso in mare da parte di tutti i 27 Stati membri». «Non possiamo rassegnarci alla logica della morte», ha ammonito il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei.
* Fonte/autore: Giansandro Merli, il manifesto
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