Le forze politiche locali compatte: «Sulla Groenlandia decidiamo noi»

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 Lettera congiunta dei cinque partiti dell’isola: «né americani né danesi»

«Adesso faremo qualcosa con la Groenlandia, che gli piaccia o no. Voglio concludere un accordo nel modo più semplice. Ma se non lo facciamo nel modo più semplice, lo faremo nel modo più difficile». La nuova dichiarazione di Donald Trump in merito alle sue mire di annessione dell’isola artica rilasciate venerdì sera fa oramai parte del balletto quotidiano che, da domenica scorsa, produce una presa di posizione al giorno dell’amministrazione statunitense sulla Groenlandia. I toni del presidente Usa, parafrasando Giorgia Meloni, sono nuovamente «assertivi» molto più simili al «prenderemo l’isola con le buone o con le cattive» rispetto agli auspici della premier italiana che venerdì si era sbilanciata nel sostenere che Trump non «prenderà la Groenlandia con la forza».

Le minacce trumpiane continuano ad essere prese invece molto seriamente sia dal governo danese che dall’intera comunità groenlandese. Il governo di Copenaghen, dopo mesi di dichiarazioni a distanza, è riuscito a strappare la promessa di un incontro con il Segretario di stato Usa Marco Rubio la prossima settimana. L’incontro non si sa ancora dove e quando si terrà e neppure se oltre al ministro degli esteri danese, Lars Løkke Rasmussen, vedrà la partecipazione della sua omologa groenlandese Vivian Motzfeldt.

Dopo 5 giorni dall’inizio della nuova offensiva e poche ore prima dell’ennesima minaccia affidata alla stampa da parte del presidente statunitense, ieri è arrivata una nota congiunta di tutti i 5 leader politici dell’isola in rappresentanza dei 31 deputati e deputate che compongono l’Inatsisartut (il parlamento groenlandese).

Una presa di posizione unitaria dopo giorni di dichiarazioni in ordine sparso dei diversi partiti che avevano alimentato l’idea di una spaccatura tra maggioranza e opposizione, tra filo Usa o fedeli alla Corona danese. Jens Frederik Nielsen (premier e leader dei social liberali di Demokraatit), Pele Broberg (leader dell’opposizione secessionista di Naleraq), Múte B. Egede (ex premier, ministro e presidente della sinistra di Inuit ataqatigiit), Aleqa Hammond (ministro e segretario dei socialdemocratici di Siumut) e Aqqalu Jerimiassen (leader degli unionisti di Atassut) hanno vergato un comunicato anche loro con toni “assertivi”. «Vorremmo sottolineare ancora una volta il nostro desiderio che finisca il disprezzo degli Stati Uniti per il nostro paese» per poi ribadire «non vogliamo essere americani, non vogliamo essere danesi, vogliamo essere groenlandesi, il futuro della Groenlandia deve essere deciso dal popolo groenlandese».

Dopo la dichiarazione di principio i 5 leader hanno però chiarito probabilmente il punto più delicato che riguarda la possibilità di staccarsi dalla Corona danese attraverso un referendum: «Il lavoro sul futuro è preparato sulla base del diritto internazionale e della legge sull’autogoverno. Nessun altro paese può interferire in questo. Dobbiamo decidere noi stessi il futuro del nostro paese, senza pressioni per una decisione rapida, ritardi o interferenze da parte di altri paesi». Se e quando si vorranno rinegoziare i rapporti con Copenaghen, dicono chiaramente tutti i partiti, spetta solo ai groenlandesi.

Un messaggio inequivocabile che Washington continua a ignorare, perché a Trump non basta avere un protettorato in Groenlandia (come di fatto gli garantiscono gli accordi del 1951 con la Danimarca in materia di sicurezza militare) ma vuole «proprio la proprietà perché quando possiedi una cosa, la difendi. Non difendi una concessione: devi possederla».

* Fonte/autore: Roberto Pietrobon, il manifesto



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