Le lotte locali per ribaltare l’”ONU” di Trump, un comitato d’affari criminali
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Come costruire un nuovo ordine contro l’«Onu di Trump», fatto da miliardari, dittatori e criminali di guerra che dovrebbero tutti essere seduti in quella bottega degli orrori chiamata Board of Peace per Gaza?
Come costruire un nuovo ordine contro l’«Onu di Trump», fatto da miliardari, dittatori e criminali di guerra che dovrebbero tutti essere seduti in quella bottega degli orrori chiamata Board of Peace per Gaza? Madamina, putroppo, il catalogo è questo. È quello che certificano le ruspe di Netanyahu sulla sede Unrwa di Gerusalemme Est, la chiusura del valico di Rafah e il bando israeliano alle 37 Ong che hanno contribuito a sfamare e curare oltre due milioni di persone.
Non solo. Come si apprende dello statuto del Board, anticipato dalla stampa israeliana, questo comitato d’affari si riserva la prerogativa di affrontare i conflitti in luoghi diversi da Gaza. Carta bianca per decidere guerre, operazioni di polizia internazionale e chissà che altro.
Come dare voce e rappresentanza a valori come i diritti umani, l’autodeterminazione dei popoli, lo sviluppo sostenibile, la solidarietà, l’integrità e la sovranità territoriale degli stati? Per alcuni, come dalle nostre parti, che si sono arresi a Trump ancora prima di contemplare una resistenza, è un inutile esercizio intellettuale ma per milioni di persone è un’urgenza bruciante.
Per i palestinesi, per esempio, ridotti in un sorta di carcere dove continuano a morire di inedia e malattie, per i curdi del Rojava sotto assedio del qaedista Al Sharaa (ricevuto alla Casa Bianca), quelli che avevamo celebrato (e usato) come eroi di Kobane e della lotta all’Isis. Protagonisti dimenticati come scriveva ieri sul manifesto Chiara Cruciati di uno dei rarissimi esperimenti democratici del Medio Oriente. E così ora migliaia di jihadisti siriani e foreign fighters scappano dalle prigioni sorvegliate dalle forze curde per oltre un decennio. Interessa a qualcuno o interverrà il Board of Peace?
Mentre a Davos Trump straparlava, dando gli ormai consueti segnali di pericolosa balordaggine, Mike Carney, premier del Canada, Paese nelle mire coloniali di Trump come la Groenlandia, ha tenuto il giorno prima un discorso accolto con una standing ovation. Questo liberale, con impeccabili credenziali capitaliste, ex governatore delle banca centrale canadese e inglese, si faceva la domanda di come fermare Trump, la stessa che si pone la copertina di questa settimana di Newsweek, l’interrogativo inquietante che ormai percorre in maniera non troppo sotterranea le cancellerie internazionali.
Carney non solo ha parlato ma ha anche agito. Il premier canadese, in gran parte ignorato dai nostri media, a Davos ha detto semplicemente la verità: per decenni ci siamo adagiati e abbiamo prosperato (qui in Occidente soprattutto) in un ordine internazionale basato su regole in gran parte false, sapendo che i più forti si sarebbero auto-esentati dal rispettarle quando gli fosse stato conveniente. Il diritto internazionale, ha detto Carney, è stato applicato con rigore variabile a seconda dell’identità dell’accusato o della vittima: il doppio standard applicato su Israele è emblematico. Una finzione utile all’egemonia americana, con un divario immane tra retorica e realtà.
Cose che ovviamente sul manifesto sono state scritte molte volte nell’ultimo mezzo secolo e che abbiano trovato nei discorsi di Che Guevara, Fidel Castro. Thomas Sankara fino a Ibrahim Traoré. Solo che il “terzomondista” che le dice oggi è uno che è stato immerso da decenni nel sistema, che pensava fino a qualche tempo fa di decidere le sorti del mondo. Adesso siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione. Quello che propone Trump non è il multilateralismo ma la brutale prevalenza del più forte e del più immorale. E allora Carney qualche giorno fa è volato in Cina per firmare una partnership strategica, come ha già fatto con India e Unione europea. L’illusione non è quella di trovare nuovi protettori, tanto più che Pechino non è certo una capitale che condivide i nostri valori e la difesa strenua dei diritti umani, al contrario.
Ma serve prendere atto che attendere la restaurazione dell’ipocrita vecchio ordine “basato sulle regole” è tempo sprecato, così come invocare il suo ritorno. Auspicabile invece costruire nuove alleanze tra le potenze medie, perché le superpotenze possono permettersi di agire da sole.
Insomma la proposta è una sorta di “terza via” rispetto alla scena attuale, che per forza deve tenere in conto dei Brics e i due terzi dell’umanità che sono stati per decenni ai margini della cupola di potere occidentale. Ne saremo capaci? Qualche dubbio, e forse più di qualche, esiste. Visto quanto accade ai palestinesi e ai curdi e a tanti altri popoli che si aspettano da noi segnali che non arrivano mai.
È venuta a Roma per il documentario Tomorrow’s Freedom Fadwa Barghouti, moglie e portavoce di Marwan Barghouti, leader palestinese prigioniero di Israele dopo la Seconda Intifada. Ma noi qui cosa offriamo alla Palestina? Neppure il simbolico riconoscimento di uno stato palestinese.
Ecco perché le lotte locali diventano essenziali per cambiare le cose. L’aforisma di Tucidide, ricordato da Carney, che i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono non è inevitabile ma può essere ribaltato ogni giorno.
* Fonte/autore: Alberto Negri, il manifesto
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