L’Europa marcia sulla “rotta” trumpiana, dalle mire sull’Artico all’Asse Roma-Berlino
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Per fare una cosa nuova, si rilancia l’asse. Una giornata “particolare” perché una parte dell’Europa dichiara di assumere la lezione sull’Artico ricevuta da Trump
Per fare una cosa nuova, si rilancia l’asse strategico Roma-Berlino. Una giornata “particolare” perché una parte dell’Europa dichiara di assumere la lezione sull’Artico ricevuta da Trump: con lui da oggi in poi “pragmatismo” non contrapposizione. La cooperazione strategica annunciata da Giorgia Meloni e Friederich Merz appare così un prolungamento sia della scellerata linea della Ue sulle migrazioni sia dei contenuti di governo trumpiani: al centro il contrasto duri ai flussi migratori e la difesa dei confini esterni all’Unione; poi l’attacco all’economia green, con il cambio di passo sulla nuova competitività delle imprese per cancellare «una certa visione ideologica della transizione green che ha messo in ginocchio le industrie per consegnare l’Europa a nuove e pericolose dipendenze strategiche».
E pensare che il premier canadese Carney ha fatto un accordo strategico proprio con la “pericolosa” Cina. Dulcis in fundo, per la Germania e soprattutto per l’Italia – che sono rimasti a guardare lo spettacolo del genocidio dei palestinesi a Gaza e la cancellazione di un popolo in Cisgiordania, senza proferire condanne e sanzioni a Israele – per ora hanno un problemuccio costituzionale per l’adesione al “board of peace” per la ricostruzione della Striscia sotto la direzione di Trump. Meloni non lo dice ma il “board” del tycoon azzera il diritto internazionale, l’Onu e le costituzioni di pace nate in Europa dopo la seconda guerra mondiale; per ora, perché con gli sforzi per una “pace duratura” in Ucraina alla fine l’obiettivo dell’asse Roma- Berlino è “dare il Nobel per la pace a Trump”.
È la lezione dell’Artico. Dove, come in una compravendita privata, il presidente Usa e il segretario della Nato si sono accordati sulla Groenlandia. Un accordo in famiglia tra due “patriarchi”: “paparino” aveva chiamato Mark Rutte il tycoon e mercoledì Trump ha restituito l’omaggio familista: “Il papà è lui, è lui che comanda”. “Abbiamo ottenuto tutto quello che volevamo” e “non abbiamo discusso della sovranità della Danimarca”: le due affermazioni, del presidente Usa e del segretario Nato, appaiono incerte e non risolutive. E’ dunque credibile la diffidenza generale – tranne l’apprezzamento subito prono di Meloni .
Diffidenza vera quella del governo danese che chiede a quale titolo la Nato tratti sul destino del proprio territorio. La diffidenza di Copenaghen si è espressa con chiarezza da subito quando ha reagito alla tesi trumpiana della “migliore difesa dell’isola solo sotto controllo americano” dichiarando che da Russia e Cina non c’era e non c’è in corso nessuna minaccia di aggressione, e ha avviato esercitazioni militari per rispondere sì ad una aggressione, ma a quella Usa.
Se, come dice Trump, l’accordo “durerà per sempre” è facile prevedere la sottrazione del controllo effettivo della grande isola dell’Artico, politico, economico e militare alla Danimarca, a favore del “board” che già c’è, vale a dire l’Alleanza atlantica, o meglio, alla sua sovranazionalità militare a guida Usa. Con più estese basi militari americane, con il probabile ingresso della Groenlandia nel piano militare protettivo “Golden Dome”, in cogestione, per i costi, con la Nato, il tutto accompagnato da formule mercantili che bypassano il tema “sovranità” per vaste concessioni territoriali nell’economia estrattiva. Un capolavoro. Perché la Nato, dopo avere surrogato tragicamente per decenni la politica estera europea, proprio con questa crisi avvia la sua atlantica e piena sostituzione all’Unione europea – come il board of peace fa sfacciatamente per l’Onu. Nell’intento di legittimare e patrocinare la Strategia di Sicurezza Nazionale Usa elaborata da Trump.
Che insidia il ruolo sovranazionale e unitario dell’Ue affermando in modo grave quanto esplicito – le ipocrisie “umanitarie” e sulla “democrazia” ci vengono risparmiate, almeno quello -: “L’America incoraggia i propri alleati politici in Europa a promuovere questa rinascita dello spirito, e la crescente influenza dei partiti patriottici europei dà effettivamente motivo di grande ottimismo…Vogliamo collaborare con i Paesi allineati che desiderano restaurare la loro antica grandezza”.
E’ l’aperto sostegno alla rinascita del nazionalismo, delle grandi e piccole patrie subalterne, al loro riarmo ai costi del mercato Usa come già per l’energia e del massacro del welfare. E’ questo l’ossigeno che tiene in vita il governo della post-fascista Giorgia Meloni e la sua postura da “pontiera”. Allineati e atlanticamente coperti dunque sotto le ali di una nuova visione imperiale di un mondo sempre più diviso e armato ma sui banchi del Mercato. È la rotta atlantica, etimo che vuol dire direzione ma anche sconfitta. Non sono bastati il crollo del Muro di Berlino e l’implosione dell’Urss.
Va a compimento il ciclo del dopoguerra quando la Nato nasce per fermare l’avanzata del comunismo ma non c’è ancora il Patto di Varsavia, e per diversi decenni mette i piedi nella lotta di classe e ricicla – qualcuno si ricorda le tante Gladio, i tanti golpe in Europa e in Italia, le tante stragi nere? – la manovalanza fascista per destabilizzare la costruzione di una democrazia avanzata.
Tutto questo perché, insiste Trump, “il nostro è il miglior esercito del mondo” come ha dimostrato la vicenda venezuelana. Via dunque all’allargamento della Nato, dopo quello sciagurato a Est che ha prodotto tra l’altro anche la guerra in Ucraina come concausa con l’aggressione di Putin, ora anche a nord-ovest, l’Artico dopo l’ingresso di Svezia e Finlandia.
Non ci sono valori universali da difendere, solo la prepotenza di un dominio. Per ora dice no a questo scenario solo il Canada, paese Nato e tra le prime mire del tycoon che l’ha già rivendicata come nuova stella del drappo Usa. Per il resto balbettii e recite sovraniste come per l’estrema destra francese e tedesca sensibile alle basi elettorali identitarie e ipernazionaliste – , a meno che non si voglia interpretare nella timida decisione di sospendere l’accordo sui dazi con Washington e la minaccia di un bazooka, un frontale improbabile che avrebbe spaventato Trump.
Il segretario al commercio Usa Howard Lutnick nel contestato cenone di Davos ha risposto sprezzantemente che con la presidenza Trump, altro che dazi: “Per il capitalismo c’è un nuovo sceriffo in città”.
E’ l’esercito più forte del mondo quello Usa. Che Trump ha però cominciato ad inviare come un dittatore nelle città degli Stati uniti per reprimere le proteste di massa contro i suoi diktat xenofobi e le aggressioni della Ice, la sua milizia squadrista e criminale in azione contro cittadini e migranti. Proviamo ad essere irrituali. O si trova un legame con queste proteste che difendono valori universali e antifascisti, oppure non c’è speranza. A meno che, in uno scenario americano diventato ormai da distopico palpabile e quotidiano, una sconfitta di Trump alle elezioni di midterm di novembre non lo porterà a denunciare nuovi brogli e l’illegittimità del Congresso: sarebbe l’annuncio di una nuova guerra civile americana.
* Fonte/autore: Tommaso Di Francesco, il manifesto
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