L’Iran davvero libero non conviene a nessun potente
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Una monarchia docile o una teocrazia odiata sono preferibili alla nascita di una democrazia, le cui azioni non possono essere previste. Molti iraniani auspicano invece un cambiamento interno, un processo costoso e difficile, ma che è l’unico che preserva vite umane, coesione sociale e capacità di ricostruzione. La libertà conquistata attraverso il collasso e la guerra potrebbe avere come prezzo la distruzione della nazione stessa
Dopo lunghi anni dalla rivoluzione del 1979, che aveva deposto la dittatura iraniana filoamericana, e dopo una guerra con l’Iraq di Saddam, nella quale gli iraniani hanno sacrificato gran parte delle loro libertà accettando il consolidamento di una teocrazia che pochi anni prima aveva proclamato libertà e giustizia, il Paese si è ritrovato a fare i conti con le conseguenze di quelle scelte.
Si è scoperto un Paese perso, ostaggio dell’ossessione di una leadership onnipotente, che ha insistito su un programma nucleare fino a vederlo ridotto in cenere, a militarizzare l’economia creando una vera e propria rete mafiosa e a difendere organismi paralleli che hanno reso ridicolo il diritto costituzionale. Questa stessa leadership ha promosso la «nuova civiltà islamica», trasformando la moschea in uno strumento di propaganda, ha protetto i corrotti e ha sostenuto una repressione contro i propri stessi figli.
DIRETTAMENTE e indirettamente, tutti i Paesi sono stati complici di questa disfatta. Un Iran democratico e libero non conveniva a nessuno: né ai tirannelli dorati vicini, né alle superpotenze lontane. Controllare un Paese con le maggiori risorse energetiche fossili al mondo non è facile: una monarchia docile o una teocrazia odiata sono preferibili alla nascita di una democrazia, le cui azioni non possono essere previste.
Le misure occidentali, pensate per punire il regime e contenerlo – sanzioni, pressioni diplomatiche, accordi nucleari – si sono rivelate un boomerang. Il regime iraniano le ha sapute sfruttare a proprio vantaggio, trasformandole in strumenti per rafforzare la narrativa della resistenza, consolidare le proprie strutture di potere e ottenere legittimità, sia interna sia internazionale, dal dialogo stesso.
I 46 anni di oppressione sistematica hanno portato la società iraniana sull’orlo di una crisi esistenziale. I ripetuti tentativi di cambiare il percorso politico e sociale del Paese nel corso degli anni sono stati soffocati nel sangue. In una sfida profondamente impari, gli iraniani, per conquistare ogni diritto, hanno messo in gioco innumerevoli vite: uccisi, incarcerati, costretti all’esilio o ridotti al silenzio. Un tributo estremamente pesante, sopportato a lungo.
In uno stato emotivo così deprimente, il desiderio di un intervento straniero o persino del collasso del Paese non è estremismo, ma la conseguenza di un vicolo cieco diventato intollerabile. L’applicazione della politica dei due pesi e due misure occidentale ha colpito duramente l’intellighenzia moderata, non ostile all’Occidente, e ha marginalizzato quei conservatori sinceri che avrebbero potuto sostenere riforme responsabili. In un Paese che, malgrado tutto, attribuisce ancora valore a dignità e onorabilità, rispettare la parola rimane fondamentale.
NON SORPRENDE, quindi, che tra le grida più comuni dei manifestanti contro gli oppressori risuoni bi-sharaf: disonorato, privo di dignità. Un termine che sintetizza il disgusto per chi si rende responsabile dell’oppressione dei propri connazionali.
La giustificazione del regime per le sue nefandezze si regge su un argomento ricorrente: chi non rispetta le sue parole e i diritti altrui non ha nessun titolo morale per criticare. Lo sfruttatore non può essere portatore di libertà né di giustizia. Di fatto ribalta il piano del giudizio senza mai affrontare il merito, un piano difensivo efficace per convincere chi è devoto all’onorabilità e alla fede. In questo schema, la difesa dei diritti viene automaticamente delegittimata, ridotta a influenza esterna o a complicità con interessi che attaccano solo per convenienza. E così la difesa, con tutti i mezzi, dal cinico attacco straniero diventa legittima.
Esiste un Iran, dentro e fuori, che non è possibile capire se si rimane limitati solo allo sguardo di una delle sue anime che ha trovato rifugio all’estero per obbligo o per scelta. La società iraniana è molto più complessa e molto meno docile di quello che si pensa.
OGGI IL PRINCIPE ereditario dell’ex monarchia deposta, Reza Pahlavi, si presenta come l’uomo della soluzione forte, del sostegno organizzativo e propagandistico di Israele e degli Stati uniti. Mentre il desiderio di un intervento militare straniero da parte di un iraniano normale può essere considerato una reazione emotiva comprensibile, rimane inspiegabile da parte di chi si propone come l’uomo chiave per superare la dittatura verso una democrazia.
Indipendentemente dalla qualità politica di Netanyahu e Trump, sembra che Pahlavi dimentichi i risultati devastanti degli interventi militari occidentali all’estero. In Iraq, dopo il 2003, le vittime sono state oltre un milione. In Libia, nel 2011, decine di migliaia di morti hanno trasformato il Paese in un campo di battaglia per milizie. In Afghanistan, vent’anni di guerra hanno causato oltre 170mila morti e si sono conclusi con il collasso del governo.
Molti iraniani, compresi attivisti e accademici, auspicano invece un cambiamento interno. Un processo costoso e difficile, ma che è l’unico che preserva vite umane, coesione sociale e capacità di ricostruzione. La libertà conquistata attraverso il collasso e la guerra potrebbe avere come prezzo la distruzione della nazione stessa.
* Fonte/autore: Francesca Luci, il manifesto
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