Minacce all’Iran da Trump, ma per ora accantona il cambio di regime

Minacce all’Iran da Trump, ma per ora accantona il cambio di regime

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Il presidente Usa minaccia di intervenire a sostegno dei manifestanti in Iran, ma non crede alla caduta di Khamenei

Due giorni fa il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi ha ridimensionato il rischio di un attacco militare straniero, ossia degli Stati Uniti e di Israele, al suo paese. È «molto basso», ha detto ostentando un’artificiale tranquillità. Nelle stesse ore, mentre le proteste antigovernative si allargavano ad altri centri abitati e ad aree dell’Iran, Donald Trump ha rivolto un nuovo avvertimento ai dirigenti iraniani, ricordando la capacità e la disponibilità degli Stati Uniti a usare la forza, come già avvenuto con i bombardamenti contro i siti nucleari lo scorso anno, in apparente sostegno ai manifestanti. «Meglio che non iniziate a sparare perché inizieremo a sparare anche noi… Spero solo che i manifestanti in Iran siano al sicuro, perché in questo momento è un posto molto pericoloso», ha detto il tycoon. Minacce che non hanno lasciato indifferente Teheran, nonostante le parole rassicuranti di Araqchi. Trump fa del passaggio rapido dalle parole all’azione e del rifiuto delle regole a ogni livello il tratto distintivo della sua presidenza.

Di un attacco massiccio degli Usa contro l’Iran si parla dall’inizio dell’anno, da quando la Delta Force americana ha rapito a Caracas il presidente Nicolás Maduro. L’opzione è rimasta sul tavolo quando sono cominciate le proteste in Iran contro il carovita. Tuttavia, Trump, per ora, sembra aver scelto il realismo contro l’illusione del regime change: l’Iran non è fragile come il Venezuela. Ha resistito a sanzioni durissime ed è forte militarmente. Smentendo voci circolate nei giorni scorsi, il presidente Usa ha dichiarato di non essere propenso a incontrare Reza Pahlavi, figlio del defunto dittatore e scià dell’Iran rimosso dalla rivoluzione islamica. Aspetta di vedere come si evolverà la crisi. Al vertice dell’Amministrazione Usa probabilmente si continua a pensare che le proteste in corso non siano in grado di mettere in discussione la leadership della Guida suprema Ali Khamenei. «Trump vuole vincere, ma preferisce una vittoria rapida, non una vittoria che richiede molti investimenti e un impegno costante, certamente non in Medio Oriente», ha spiegato alla Reuters Alex Vatanka, esperto di Iran presso il Middle East Institute.

Sul piano operativo, Washington, mentre mantiene una postura attendista, rafforza il dispositivo militare in Medio Oriente. In questi giorni i movimenti dell’apparato bellico americano hanno mostrato un aumento dell’attività aerea, come i velivoli cisterna KC-46 e KC-135 e i trasporti strategici C-17 Globemaster, essenziali per le operazioni prolungate. Nel Golfo e nello Stretto di Hormuz è in corso una crescente attività di droni, in particolare l’MQ-4C Triton, insieme a pattugliamenti con aerei P-8A Poseidon. Nel vortice delle indiscrezioni, la voce più diffusa di queste ore sostiene che soldati americani si sarebbero spostati dalle basi in Siria a quelle in Iraq per proteggere le postazioni nel Golfo in previsione di una reazione iraniana a un possibile attacco Usa. Nella regione inoltre sono operative due portaerei statunitensi, la Carl Vinson e la Nimitz, ciascuna con circa 90 velivoli, inclusi F-35C e F/A-18, affiancate da unità dotate di sistemi Aegis e missili SM-3 per la difesa antimissile. L’ultima volta che si è assistito a un simile rafforzamento militare è stato nel giugno 2025, quando gli Stati Uniti hanno bombardato i siti nucleari dell’Iran. Questo schieramento segnala allo stesso tempo più una volontà di deterrenza che un sostegno a un’invasione di terra e a un cambio di regime ipotizzati da qualcuno. Pertanto, mantenere alta la pressione militare senza impegnarsi in un conflitto vero e proprio è la strategia adottata da Trump, almeno per il momento.

Nel quadro entra anche Israele, che prende iniziative senza consultarsi sempre con Washington, come è avvenuto lo scorso anno quando ha attaccato in Qatar con l’obiettivo di decapitare la leadership politica di Hamas. L’intento di Netanyahu è anche quello di segnalare alla sua opinione pubblica di non essere agli ordini di Trump, accusa che gli rivolgono anche i capi dell’estrema destra nella maggioranza di governo. Secondo le indiscrezioni, il governo Netanyahu ha approvato un piano per un nuovo attacco all’Iran e ha posto in stato di allerta le forze armate. Ha anche adottato una comunicazione pubblica all’interno della guerra psicologica che conduce contro l’Iran. Lo scorso giugno l’aviazione israeliana ha colpito Teheran all’improvviso affermando di aver compiuto un «attacco preventivo». Altrettanto potrebbe accadere adesso. La tensione tra Israele e Iran è tornata ad aumentare nell’ultimo mese a causa delle accuse mosse da Tel Aviv a Teheran di aver accelerato la produzione di missili balistici. Ed è noto che Netanyahu, il mese scorso, nel suo ultimo viaggio negli Usa, ha provato a stringere ulteriormente la cooperazione militare con Trump affermando, dietro le quinte, che si avvicina il momento per colpire di nuovo insieme l’Iran e le sue centrali atomiche. Teheran, da parte sua, risponde alle minacce con minacce e, attraverso i suoi vertici militari, ha fatto sapere di non escludere un attacco preventivo contro i suoi nemici. Ora Israele è alla finestra, come gli Usa. Osserva gli sviluppi a Teheran provando a capire se la leadership iraniana sarà travolta o uscirà soltanto indebolita da questa nuova ondata di proteste.

* Fonte/autore: Michele Giorgio, il manifesto



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