Negli Stati uniti è mobilitazione nazionale contro l’ICE e l’omicidio di Renee Good

Negli Stati uniti è mobilitazione nazionale contro l’ICE e l’omicidio di Renee Good

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Oltre mille manifestazioni anti-ICE in tutti gli Stati Uniti ma da Washington promettono altri agenti

A seguito dell’omicidio di Renee Good a Minneapolis e di un’altra sparatoria a Portland, in Oregon, in cui sono rimaste ferite due persone, gruppi di attivisti – tra cui gli organizzatori delle manifestazioni “No Kings” e “Hands Off” dello scorso anno – hanno indetto un fine settimana di “mobilitazione nazionale”.

Si parla di almeno mille eventi che si sono svolti in tutti gli Stati Uniti tra sabato e domenica, non solo nelle grandi città e negli Stati a guida democratica, ma anche in Stati repubblicani. Manifestazioni contro l’Immigration and Customs Enforcement (Ice) si sono viste in Texas, Georgia, Sud Carolina e Oklahoma, così come in piccoli centri del Nord Dakota, dell’Idaho e dell’Iowa.

Il senatore repubblicano della Carolina del Nord Thom Tillis ha espresso pubblicamente il suo scetticismo sulla gestione, da parte del Dipartimento per la Sicurezza interna, delle indagini sulla sparatoria di Minneapolis.

Nel New Jersey a Roxbury, sobborgo della contea di Morris a maggioranza repubblicana, i cittadini hanno organizzato una manifestazione che ha coinvolto anche il sindaco repubblicano e il consiglio comunale, i quali hanno sottolineato come l’opposizione all’Ice trascenda le divisioni politiche.

Leah Greenberg, co-direttrice esecutiva del gruppo di attivisti Indivisible, ha affermato che le persone si stanno unendo per «esprimere il dolore, onorare coloro che abbiamo perso e chiedere conto a un sistema che ha operato impunemente per troppo tempo. La violenza dell’Ice non è una statistica: è legata a nomi, famiglie e futuri spezzati, e noi ci rifiutiamo di distogliere lo sguardo o di restare in silenzio».

A New York, dall’omicidio di Good si tengono manifestazioni ogni giorno. Domenica migliaia di persone si sono radunate nella zona sud di Central Park e hanno composto un corteo che è passato davanti alla Trump Tower sempre più blindata. «È un vero peccato che nel 2026 ci troviamo qui a lottare contro un governo fascista», ha dichiarato Alexa Avilés, consigliera comunale di Brooklyn, in un breve comizio prima della partenza del corteo, al quale hanno partecipato anche Brad Lander, ex revisore dei conti della città e attuale candidato al Congresso, e il difensore civico Jumaane Williams.

«Questo è un momento urgente per tutti di alzarsi e combattere il fascismo in patria e all’estero – ha detto Lander –. Abbiamo un regime autoritario in rapida ascesa e siamo qui per dire che non lo tollereremo. Non permetteremo che uccidano i nostri vicini, rapiscano gli immigrati e prendano il controllo di Paesi stranieri. Ecco perché siamo qui».
«Trump parla di governare il Venezuela, mentre negli Stati Uniti la gente lotta per sopravvivere – ha detto Gustavo Gordillo, co-presidente dei Democratic Socialists of America di New York City – Un quarto degli americani è senza lavoro, gli affitti sono insostenibili».

«Siamo frustrati, abbiamo bisogno di una direzione, di una leadership, e la stiamo cercando – racconta Samuel, 48 anni, che al corteo ha portato un cartello con una caricatura del leader della minoranza democratica al Senato, Chuck Schumer. – Non possiamo combattere questi oltraggi uno alla volta. Dobbiamo eliminarne la causa attraverso una resistenza non violenta: è per questo che diciamo che Trump deve andarsene. Spero che la storia ricordi che, da esseri umani, non siamo rimasti in silenzio».

Migliaia di persone hanno manifestato anche a Minneapolis, come accade ormai da giorni. Domenica le strade erano piene, nonostante la sera precedente centinaia di agenti di polizia cittadina e statale fossero intervenuti per una «protesta rumorosa» nel centro della città, davanti all’albergo che ospita gli agenti dell’Ice. Per ore i cittadini hanno cantato, suonato tamburi e sbattuto mestoli contro le pentole. Un gruppo si è poi separato dal corteo principale e ha iniziato a danneggiare le finestre dell’albergo.

Durante una conferenza stampa mattutina il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, ha condannato gli atti di violenza, elogiando però quella che ha definito la «stragrande maggioranza» dei manifestanti, rimasta pacifica.

La risposta del governo federale è arrivata dalla Segretaria per la Sicurezza nazionale Kristi Noem. In un’intervista a Fox News, Noem ha annunciato che, nonostante il Dipartimento della Sicurezza nazionale abbia dichiarato che quella in corso a Minneapolis è già la più grande operazione di controllo dell’immigrazione mai condotta, lunedì arriveranno in città altre centinaia di agenti federali, ignorando gli inviti ad andarsene avanzati dai leader democratici della città e dello Stato, che la Segretaria ha accusato di fomentare i cittadini.

* Fonte/autore: Marina Catucci, il manifesto



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