Nelle carceri in atto una strategia della tensione
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Anziché operare per ridurre suicidi e malessere dei detenuti e stemperare le tensioni, come regalo di fine anno, l’Amministrazione Penitenziaria ha dotato la polizia penitenziaria di spray al peperoncino, ma i sindacati degli agenti vorrebbero di più, comprese le famigerate e letali flash-ball
Il 2025 si è chiuso con una vistosa crescita del malessere nei penitenziari, come certificato anche dal nuovo picco di 80 detenuti suicidi. Un malessere che ha due facce: la disperazione, con il suo portato di autolesionismo, e l’esasperazione, che si traduce in microconflittualità. Tra le principali cause vi sono i numerosi provvedimenti legislativi in tema di sicurezza varati dall’attuale governo che hanno prodotto maggiori incarcerazioni e pene più lunghe. Con la conseguenza di ulteriore sovraffollamento delle celle e, dunque – checché ne dica il Guardasigilli – di drastico peggioramento delle condizioni di reclusione.
Si tratta di effetti prevedibili, programmaticamente perseguiti da un governo risultato impermeabile pure di fronte alla modesta proposta di clemenza natalizia avanzata da un collega di fede e di partito come Ignazio Larussa e da un ministro sordo alle denunce quotidiane delle associazioni e anche di un detenuto come Gianni Alemanno, già sindaco di Roma e ministro di Alleanza Nazionale. Questo è lo stato delle carceri: un quadro che depone per prospettive persino più drammatiche nel 2026.
Il buon senso, oltre che la responsabilità di governo, imporrebbero quanto meno misure di raffreddamento della tensione e di lenimento del malessere. Ma il “regalo di Natale” arrivato ai detenuti ha imboccato decisamente la direzione opposta. A seguito della legge sulla sicurezza del giugno scorso, che sanziona anche la resistenza passiva alla stregua della rivolta violenta, qualche mente acuta avrà forse ipotizzato una probabile recrudescenza di queste ultime e avrà considerato insufficienti scudi, idranti e manganelli.
Fatto sta che un decreto del Capo Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, datato 22 dicembre, ha autorizzato in via sperimentale gli agenti di custodia all’uso di spray urticante al peperoncino, sia nelle parti comuni del carcere sia nel chiuso delle celle e nelle traduzioni.
La novità, naturalmente, è stata salutata positivamente dai potenti sindacati autonomi della polizia penitenziaria. Che, del resto, sono i principali artefici della narrazione che descrive le carceri come ingovernabili e teatro di costanti violenze da parte dei reclusi; un racconto acriticamente raccolto e rilanciato quotidianamente da gran parte dei media, che hanno ormai assunto i comunicati stampa di tali sindacati come fonte esaustiva se non esclusiva. Così che ogni diverbio si trasforma in «disordini», ogni rivendicazione o protesta in «rivolta», ogni suicidio spiegabile con «carenze di organico».
Mai contenti, alcuni rappresentanti della polizia penitenziaria hanno perciò colto l’occasione per rilanciare proponendo l’introduzione anche di strumenti come la “Flash-Ball”, ovvero un’arma che spara proiettili di gomma da 44 mm, e il “BolaWrap”, un dispositivo di contenimento “da remoto” consistente in un laccio di kevlar con quattro uncini. A supporto, viene ricordato che la flash-ball è usata da tempo dalla polizia francese.
Viene, invece, tralasciato il fatto come proprio Oltralpe, in particolare nella feroce repressione del movimento dei Gilet Jaunes, si sia evidenziata la pericolosità di queste armi antisommossa, ingannevolmente definite non letali pur essendovi stati casi comprovati di decessi, oltre ai 51 feriti gravi e ai 31 mutilati, 24 con la perdita di un occhio, nel corso di manifestazioni e documentati da associazioni e attivisti (violencespolicieres.fr). Lo stesso produttore specifica che quell’arma, classificata come «a letalità attenuata», «possiede la potenza di una 38 Special» (eclats-antivols.fr).
È facile immaginare cosa di ancor peggio potrebbe succedere usando queste armi negli spazi chiusi e compressi del carcere. Ma, evidentemente, i dati e i rischi non interessano. Si preferisce alzare la fiamma del gas sulla traboccante pentola umana in ebollizione.
* Fonte/autore: Sergio Segio, il manifesto
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