Rojava, Kobane è di nuovo sola
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Una regione retta da regimi democratici è considerata da sempre un pericolo, da qui il favore concesso a dittature e autoritarismi che su identità uniche e settarismi costruiscono la barriera al dissenso. Per questo da un anno Europa e Stati uniti celebrano il presidente qaedista al-Sharaa, da loro la luce verde per smantellare il confederalismo democratico nato dalla rivoluzione curda
Kobane è sotto assedio, di nuovo. Giovani curdi si affacciano su confini vecchi di un secolo, quelli che hanno lacerato e lacerano il Kurdistan storico, per entrare in Rojava a sostenere i compagni e le compagne. Di nuovo. In Bakur, il sud-est della Turchia, terra curda, le piazze e le frontiere esondano di rabbia e tenacia, di nuovo. Sembra il 2014.
A SETTEMBRE di quell’anno iniziò la resistenza della città all’occupazione dello Stato islamico, e con lei nacque una solidarietà internazionale di movimenti, cittadini, organizzazioni. Scoprimmo i pilastri della rivoluzione confederale democratica attraverso le armi delle sue combattenti e dei suoi combattenti ma dietro i fucili c’era un mondo. C’era un modello possibile di democrazia dal basso, multietnico, femminista, anti-gerarchico, ecologista, che dalla popolazione curda aveva saputo allargarsi ad arabi, assiri, ezidi, circassi.
Quel modello si era fatto autonomia amministrativa appena un paio di anni prima, sullo sfondo della guerra civile siriana. Alle cancellerie occidentali interessava fino a un certo punto, l’accento era altrove: la lotta all’Isis, penetrata in Europa per lasciare una scia di sangue. Nacque una coalizione internazionale a sostegno di chi combatteva a terra. Esiste ancora, ma oggi celebra lo smantellamento del confederalismo democratico senza batter ciglio.
Sembra il 2014, ma non lo è. È il 2026: in mezzo ci sono stati l’invasione russa dell’Ucraina, il genocidio di Gaza, l’esplosione dell’ideologia trumpiana che si fa regime in casa e fuori, la complicità degli alleati su ogni fronte, anche quando sono loro nel mirino. In un’epoca in cui tutto ormai è possibile – Board of Peace, massacri di civili, rapimenti di presidenti, fuoco e bulldozer sull’Onu – dalla Siria del nord-est giungono le immagini delle carceri dove l’autonomia deteneva per conto del mondo i prigionieri dell’Isis che i paesi di provenienza non hanno mai rivoluto indietro: sono vuote, a terra le tute arancioni abbandonate.
Il nemico numero uno del decennio passato, l’Isis, con cui è stata «legittimata» – sulla scia della guerra globale al “terrore” di bushiana memoria – la criminalizzazione dei cittadini di fede islamica nelle nostre società, nemico non lo è più.
UNA REGIONE retta da regimi democratici è considerata da sempre un pericolo, da cui il favore concesso a dittature e autoritarismi che su identità uniche e settarismi costruiscono la barriera al dissenso. Per questo da un anno Europa e Stati uniti celebrano il presidente qaedista al-Sharaa, da loro la luce verde per smantellare il confederalismo democratico, nonostante la sua leadership politica e militare si sia impegnata in un dialogo aperto con la nuova Damasco. La stessa leadership che, lunedì nella capitale, ha rifiutato di firmare la resa ed è tornata a combattere in prima linea.
Appena un anno fa il manifesto era a Kobane, sotto il palco su cui un intero popolo celebrava dieci anni dalla liberazione dallo Stato islamico. Quelle persone erano consapevoli del pericolo, quanto lo sono dello storico adagio, uniche amiche sono le montagne. Stanno ancora là, a difendere Kobane, sono da sole.
* Fonte/autore: Chiara Cruciati, il manifesto
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