Siria. Arriva un accordo tra Sdf e governo: più equo ma fragile
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Il governo recupera sovranità e risorse, il nord-est preserva alcuni spazi politici e istituzionali
Una settimana fa, a Mazloum Abdi, a Damasco, era stata offerta una sola opzione: la resa. Ora il governo siriano e le Forze della Siria democratica (Sdf) annunciano un cessate il fuoco permanente e un accordo articolato in quattro fasi che parla di «integrazione graduale» militare, amministrativa e civile. Il cambio di scenario è reale, ma non nasce da una miracolosa convergenza politica né da un’improvvisa benevolenza del potere centrale. Il passo indietro di Damasco è il risultato di una scelta precisa: non cedere.
LA MOBILITAZIONE generale nel Rojava, la dimostrazione di consenso popolare e il sostegno dei curdi fuori dalla Siria hanno reso impraticabile per Damasco l’opzione militare, costringendo a riaprire il negoziato su basi molto diverse da quelle del 18 gennaio, quando chiedeva la dissoluzione dell’esperienza del nord-est. La prima fase sancisce un cessate il fuoco «permanente e completo» su tutti i fronti e il mantenimento, da parte delle Sdf, della responsabilità sulla protezione delle prigioni di Daesh. Damasco riconosce implicitamente che, senza Sdf, la gestione del dossier jihadista non è sostenibile.
È previsto l’ingresso di forze del ministero degli interni a Qamishlo e Heseke, definito «simbolico» e temporaneo: forze governative dovranno supervisionare l’integrazione delle Asayish nel ministero, per poi ritirarsi. Il testo formalizza la creazione di una divisione del ministero della difesa per la provincia di Heseke, in cui le Sdf confluiranno sotto forma di tre brigate.
Inoltre, a Kobane verrà formata un’ulteriore brigata da affiliare a una delle divisioni di Aleppo, oggi dominate da fazioni del Syrian National Army (Sna), milizie sotto influenza turca che fino a ieri combattevano contro le Sdf. La 76ª divisione coincide di fatto con la Divisione Hamza, sottoposta a sanzioni internazionali per crimini di guerra ad Afrin, Serekaniye, Girê Spî e, più di recente, sulla costa siriana.
NELLA PRIMA VERSIONE dell’intesa, un’assenza aveva destato particolare allarme: quella delle Ypj. La dichiarazione di Ilham Ahmed, responsabile delle relazioni estere dell’Amministrazione autonoma, chiarisce ora che le Unità di protezione delle donne sono considerate «una forza all’interno delle Sdf» e verranno incluse nelle brigate. Resta un nodo da sciogliere: l’esercito siriano non prevede presenza femminile e difficilmente può assorbire un’esperienza che è insieme militare e ideologica.
Sul piano civile, entro dieci giorni, il governo assumerà il controllo dei giacimenti petroliferi e l’aeroporto di Qamishlo passerà all’Autorità per l’aviazione civile. Entro un mese, Damasco riprenderà la gestione di tutte le istituzioni autonome nella provincia di Heseke, unificandole con quelle statali e regolarizzando il personale. Anche i valichi di frontiera rientrano sotto controllo statale: una squadra della Direzione generale dei varchi terrestri verrà dispiegata a Semalka e Nusaybin. Secondo Ilham Ahmed, però, il personale resterà locale e il valico di Semalka continuerà a operare.
IN CAMBIO l’accordo contiene concessioni non marginali: il riconoscimento ufficiale dei titoli di studio rilasciati dall’Amministrazione autonoma, la licenza per organizzazioni culturali, media e della società civile, e l’impegno a discutere l’educazione curda con il ministero dell’istruzione. Le istituzioni della Daanes, sottolinea Ahmed, continueranno a operare con il sistema di co-presidenza.
L’accordo è garantito da Stati uniti e Francia. Washington parla di «tappa storica» verso l’unità della Siria, mentre Emmanuel Macron ribadisce il sostegno a «una Siria sovrana, unita e rispettosa di tutte le sue componenti». Il segnale politicamente decisivo, tuttavia, resta quello di Ankara. Poche ore prima dell’annuncio, il ministro degli esteri Fidan dichiarava che la Turchia avrebbe sostenuto «qualsiasi accordo raggiunto dalle parti».
Traduzione: l’accordo passa perché ha già ottenuto il via libera turco. Le affermazioni di Ilham Ahmed su un ritiro turco dalle aree occupate, se confermate, rappresenterebbero un mutamento radicale e aprirebbero al ritorno degli sfollati di Afrin, Sheikh Maqsoud e Serekaniye.
L’ACCORDO è più equo dei precedenti, ma fragile. Più che una riconciliazione, è una normalizzazione vigilata, in cui Damasco recupera risorse e sovranità formale mentre la Daanes cerca di preservare spazi politici e istituzionali. Il suo esito dipenderà da una variabile decisiva: quanto spazio la Siria che verrà sarà disposta a concedere a chi, in questi anni, si è rifiutato di scomparire.
* Fonte/autore: Tiziano Saccucci, il manifesto
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