Siria. Continua lo sterminio dei kurdi con la complicità dell’Occidente
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Con la esperienza di Rojava i Kurdi – e in modo speciale e da tutti riconosciuto, il popolo delle donne, a livello militare prima ancora del civile – hanno di fatto creato un modello funzionante di società diversa, non solo per quella regione
Non basta, a tranquillizzare, il precario cessate il fuoco proclamato in queste ore. Quanto sta succedendo, con una ferocia e un disprezzo assoluto di qualsiasi regola umanitaria o legale, nei quartieri kurdi di Sheikh Maqsoud e Ashrafief di Aleppo – e più in generale nella Siria del governo di transizione che ha come presidente un terrorista riciclato in tempi rapidi nell’Occidente (che ne aveva proposto la cattura con una taglia favolosa e lo ha poi fatto incontrare solennemente con Trump) – riesce a malapena ad attrarre qualche riga, o fotografia, tra le cronache della geopolitica, dal Venezuela all’Iran. La minoranza kurda, senza risparmiare altre minoranze, è oggetto di attacchi sistematici che evocano, e sono di fatto espressione piena, al di là dei numeri delle ‘vittime’ (morti, mutilati, bombardati, violati in tutti i modi, con una tragica preferenza di genere…), di un processo di eliminazione al quale manca solo una definizione giuridica ufficiale da scegliere tra quelle che si moltiplicano ormai da tempo (dal genocidio in giù…), unificate solo dalla indiscutibile impunità, nel contesto nazionale e internazionale.
La connivenza, fino alla alleanza esplicita di politica e di armi, della Turchia (che già dal 2018 aveva attaccato e si era impadronita di una parte dell’area kurda siriana più direttamente confinante), si associa alla ‘naturale’ attenzione di Israele, che favorisce tutto ciò che rende deboli i suoi nemici, e all’incredibile (ma ormai normale) silenzio-assenso dell’UE, che ha finanziato la ‘nuova’ Siria con miliardi, a prescindere dall’uso.
Un minimo e ovvio collegamento con la tragica continuità di orrore per quanto sta succedendo al popolo palestinese è obbligatorio per la surreale e criminale esclusione da tutti gli aiuti che attendono il board internazionale la cui interminabile nomina ha sostituito la concretezza di una pace reale, provocando così morti in non importa che modo e quantità. La radicale verità della ‘banalità del male’ (così ben riattualizzata in Th. Meyer, Hanna Arendt, Feltrinelli, 2024), che traduce la ‘grande’ politica nella cancellazione indifferente della vita degli umani che la incrociano, sembra ricevere qui, in modo diretto la sua ennesima conferma: ben visibile da poteri legalmente riconosciuti, ma che si afferma rendendo gli altri invisibili, attivamente desaparecidos. Nulla di nuovo dunque, ma qui con un’aggravante ancor più profonda, che fa riapparire anche la grande politica, e con un suo futuro.
Con la esperienza di Rojava i Kurdi – e in modo speciale e da tutti riconosciuto, il popolo delle donne, a livello militare prima ancora del civile – hanno di fatto creato un modello funzionante di società diversa, non solo per quella regione: per l’uguaglianza assoluta tra i sessi, la laicità rispettosa senza se e senza ma delle appartenenze religiose, il diritto primario e l’accessibilità all’educazione, la sanità…
Modello trasversale alla competenza e all’autorità degli Stati in termini di federalismo democratico: così da restituire anche al popolo kurdo frammentato, per i tanti colonialismi, tra Iran, Iraq, Siria, Turchia un’ipotesi concreta di futuro, divenuta centrale e ufficiale con gli ultimi sviluppi della proposta di Ocalan formalmente già all’esame di Erdogan: il futuro di popoli diversi non può essere affidato alla continuazione del loro scontro armato. Per dare-avere un futuro vivibile alle storie dei popoli, un dialogo-confronto deve essere cercato, perseguito, sperimentato rinunciando al linguaggio e al potere delle armi. La carica di utopia può sembrare assurda, tanto più mentre il tempo dalla proposta di Ocalan (icona che richiama, per lunghezza e durezza di prigionia, Mandela) vede la Turchia tra i protagonisti del contesto storico e geopolitico così drammatico e conflittuale. Non ci sono illusioni. È tuttavia l’unico scenario alternativo alla realtà perseguita e imposta della guerra, in tutte le sue forme. Per ridare diritto di cittadinanza a un pensiero-immaginario che abbia i popoli, con tutte le loro differenze di identità e di storia, come protagonisti e non come vittime: e che può essere l’unico nel quale pronunciare non come menzogne programmate e perciò criminali, parole di tregua, pace, futuro. È questo l’immaginario che la politica degli Stati emersi da passati di colonialismi più o meno armati, ed ora economico-imperiali, rappresenta come il nemico da schiacciare con la perpetua ‘banalità del male’: nella sua distruttività a livello macro e micro, con guerre in nome della arrogante sicurezza degli imperi di turno.
Il destino del popolo kurdo nella regione oggi più confusa e conflittuale, da tutti i punti di vista, è in questo senso il più esplicito, concreto, urgente indicatore della possibilità di ripensare o meno a un futuro che non abbia come regola una o l’altra delle forme di genocidio di tutto ciò che non è riproduzione dí colonialismo.
La vicinanza geografica (e di storie e culture, antiche e recenti, e perciò di scontri con logiche coloniali-imperiali) con il popolo palestinese, e con l’apartheid radicale delle donne afghane rende questo scenario particolarmente significativo, e didattico. Nella sua attività negli ultimi anni, il Tribunale Permanente dei Popoli ha affrontato in ben quattro sentenze (oltre che nelle prese di posizione sul genocidio del popolo palestinese) gli aspetti più specificamente di diritto internazionale e di responsabilità diretta degli Stati coinvolti nella repressione del popolo curdo a livello non solo regionale. Il grosso lavoro di produzione di evidenze fattuali e di ragioni giuridiche è facilmente accessibile (www.permanentpeoplestribunal.org) e documenta la ‘normalità’ della violazione e della cancellazione impunibile del diritto al futuro dei popoli in tempi di affermazione come legalità quella di poteri perfettamente illegittimi: il filo rosso, concreto come un seme, delle minoranze con un immaginario e, ancor più, con sperimentazioni concrete di una autonomia nella dignità, appare ai poteri come il nemico da qualificare con tutti i nomi che ne permettano la eliminazione: non importa come. La memoria, la visibilità, la conoscenza approfondita di questi scenari costituiscono lo strumento imprescindibile per la tenuta del concetto stesso di civiltà come democrazia permanentemente in fieri.
* Fonte/autore: Gianni Tognoni, volerelaluna
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