Siria. I kurdi abbandonati, Al Sharaa vince e consolida il potere
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Le Sdf si ritirano da ampie porzioni di territorio. Mazloum Abdi firma la tregua alle condizioni di Damasco per salvare il Rojava
Nel nord-est della Siria c’è la tregua, ma solo a parole. Nonostante l’annuncio in apparenza conciliante fatto dal presidente autoproclamato, ed ex qaedista, Ahmad Al Sharaa (Al Joulani) sulla cessazione degli scontri e l’integrazione delle Sdf curde nelle forze armate della «nazione siriana», ieri i governativi e le milizie jihadiste alleate erano ancora all’attacco. Dopo aver preso Tabqa e subito dopo Raqqa e Deir ez-Zor, l’obiettivo è diventato il cuore dell’autonomia curda del Rojava. Le carceri dove per anni le Sdf hanno tenuto i miliziani dell’Isis per conto degli Usa e dell’Occidente passeranno al controllo del governo. Ieri già si pianificavano le liberazioni tutti o in parte dei prigionieri che ideologicamente sono affini alle autorità di Damasco. Tutto è avvenuto con la benedizione della Turchia, sponsor dichiarato di Al Sharaa, e dell’Amministrazione Trump, che ha scelto di abbandonare i curdi per sostenere Damasco.
In poche ore in Siria si è materializzato il più grande cambiamento sul terreno dalla caduta, nel dicembre 2024, di Bashar Assad e da quando Raqqa, la «capitale» dell’Isis, era finita sotto il pieno controllo curdo (nel 2017). I media statali e la tv al Jazeera, di proprietà del Qatar alleato di Al Sharaa, hanno dato ampio spazio alla gioia dei sostenitori di Al Sharaa che nelle strade di Damasco e in altre città hanno celebrato la tregua e il passo mosso verso «l’unità nazionale». In realtà festeggiavano la sconfitta di un’altra minoranza, i curdi, dopo alawiti e drusi.
Al Sharaa ora che ha vinto, con tono pacato, parla di riconoscimento dei diritti dei curdi e della loro lingua, ma aveva deciso di passare alle armi quando è scaduto il termine del 31 dicembre per l’integrazione obbligata nell’esercito dei combattenti delle Ypg/Sdf (che hanno lottato contro l’Isis). Peraltro, dalla Turchia e da diverse aree siriane, in particolare quella di Deir ez Zor, sono cresciute le pressioni per mettere fine all’autonomia curda, o almeno per svuotarla dei suoi aspetti politici e ideologici più significativi in nome del ripristino della sovranità su tutto il territorio nazionale.
L’accordo di tregua in 14 punti firmato due giorni fa si fonda sulle condizioni dettate da Damasco: gli uomini delle Sdf saranno integrati nei ministeri della Difesa e degli Interni come individui e non come unità complete. Del futuro delle combattenti curde non si sa nulla, probabilmente saranno smobilitate. Dal Rojava inoltre dovranno essere allontanati non meglio precisati «terroristi del Pkk», per la soddisfazione di Ankara che adesso parla di pace «più vicina» con i curdi.
La 17esima divisione dell’esercito siriano è arrivata ieri alla periferia della città di Hasakah. In serata si discuteva delle condizioni per l’uscita dei combattenti curdi asserragliati nella prigione di Al-Aqtan (Raqqa), dove sorvegliano miliziani dell’Isis. Il carcere di Al Shaddadi, che ospita migliaia di membri dell’Isis, per ore è rimasto sotto assedio da parte di gruppi armati affiliati al governo. Il Rudaw Network ha riferito che le famiglie di combattenti dell’Isis «hanno tentato di fuggire dal campo di Al-Hol» dopo aver appreso del crollo delle difese curde. Intanto i soldati governativi hanno rafforzato la loro presa sull’ampia fascia di territorio settentrionale e orientale abbandonata dalle forze curde.
L’escalation, accompagnata da esecuzioni sommarie, anche di donne, era partita a inizio anno con l’imposizione della «zona militare chiusa» sui quartieri di Aleppo a maggioranza curda di Sheikh Maqsoud e Ashrafieh. Migliaia gli sfollati. È stato il primo fronte dell’offensiva. La svolta è avvenuta con la conquista di Tabqa, città strategica sulla riva sud-occidentale dell’Eufrate. Da qui l’impulso si è esteso rapidamente verso Raqqa e Deir ez-Zor. Le forze curde sono inaspettatamente crollate. Le truppe governative, spesso affiancate da combattenti tribali e milizie locali, hanno occupato in poche ore territori chiave e le zone rurali. Le Sdf mantengono ancora il controllo della provincia di Hasakah, che comprende la città di Qamishli a maggioranza curda.
Nessuno si fa illusioni sulla tenuta del cessate il fuoco, firmato dal comandante delle Sdf, Mazloum Abdi, che prevede anche il passaggio di tutti i valichi di frontiera sotto il controllo governativo, una decisione a cui l’Autonomia curda si è a lungo opposta. Abdi comunque afferma che le Sdf restano impegnate a proteggere i «risultati» della regione curda nel nord-est.
I giacimenti di petrolio e gas strappati dai governativi ai curdi sono il bottino più atteso da Damasco. Il giacimento di Al-Omar è il più grande della Siria, a est di Deir ez-Zor, e produce circa 20.000 barili al giorno (rispetto agli 80.000 degli anni Novanta). Nella stessa area ci sono quelli di Al Tank e di Al Jafra e quello di gas Conoco con una capacità produttiva di circa 13 milioni di metri cubi al giorno. Poi ci sono i giacimenti di Rmeilan e Suwaidiya nel governatorato di Hasakah, che contengono piccoli pozzi di petrolio e gas, e infine quelli di Raqqa. Petrolio e gas, prima della guerra interna cominciata nel 2011, rappresentavano il 20% del Pil siriano. Al Sharaa, è facile prevederlo, per ringraziare Trump offrirà a compagnie americane l’incarico di riabilitare i giacimenti e provvedere all’estrazione.
* Fonte/autore: Michele Giorgio, il manifesto
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