Siria-Kurdistan. «A Kobane è assedio totale, tagliata l’acqua»
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Il racconto della giornalista curda Hevidar Herani dalla città nella Siria del nord-est: «Mancano cibo, medicinali ed elettricità. Abbiamo visto i nostri colleghi presi di mira e uccisi. Veniamo attaccati, insultati e minacciati di morte. Non esiste protezione per chi fa informazione»
«Sono Hevidar Herani, giornalista da Kobane, Rojavaye Kurdistan» Di sé dice solo questo la giovane reporter di Ronahi TV. Il resto lo racconta la città assediata in cui vive e lavora, oggi come ieri. Herani è una delle poche voci che continuano a raccontare Kobane dall’interno, mentre la città simbolo della sconfitta dello Stato islamico viene nuovamente stretta in una morsa.
«DA PIÙ DI UNA SETTIMANA la città di Kobane è sottoposta a un assedio totale – ci racconta – È importante ricordare che Kobane è la città che ha salvato il mondo dal terrorismo più brutale e che oggi si trova nuovamente di fronte a un’aggressione diretta da parte del governo siriano, insieme alle sue milizie e ai gruppi legati allo Stato turco».
La città è senza elettricità né acqua, isolate dopo l’ennesimo taglio imposto dalla diga di Tishreen, infrastruttura strategica che fornisce energia e approvvigionamento idrico a gran parte del nord-est della Siria. Domenica un convoglio dell’Unhcr è entrato con beni di prima necessità. Insufficienti, in pieno inverno, per una popolazione stremata.
«Mancano cibo e medicinali – continua Herani – soprattutto per bambini e anziani». In aggiunta, l’Amministrazione autonoma denuncia violenti scontri a sud della porta di Semelka, unico valico ancora attivo con l’Iraq. Catturandola, Damasco chiuderebbe l’assedio anche sulla regione di Jazeera. All’assedio materiale si somma quello mediatico. «Noi giornalisti sentiamo il dovere di raccontare e diffondere questa realtà, affinché il mondo intero conosca la sofferenza del popolo di Kobane e la grande resistenza che sta opponendo».
Oggi, però, a raccontare Kobane non ci sono inviati internazionali. L’unico accesso alla città sarebbe dal confine con la Turchia: invalicabile. «I giornalisti che si trovano qui sono figli di questa terra. Non ci sono reporter legati a canali stranieri. Ci sono giornalisti locali e giornalisti provenienti dalla regione del Kurdistan in Iraq, uniti da un unico obiettivo: raccontare la sofferenza di questo popolo». Una responsabilità che si paga cara. Negli ultimi anni giornaliste e giornalisti curdi sono diventati bersagli: tre sono stati uccisi dai droni turchi nel gennaio scorso mentre documentavano gli attacchi alla diga di Tishreen.
«ABBIAMO VISTO i nostri colleghi, tra cui Cihan Bilgin e Nazım Dastan, deliberatamente presi di mira e uccisi». La strategia di Ankara e Damasco verso i giornalisti curdi è una continua campagna di delegittimazione, che li rende bersagli. «Ancora oggi, attraverso i social media, veniamo attaccati, insultati e minacciati di morte. Ci dicono che la nostra fine è vicina. Non esiste alcuna protezione per chi fa informazione». Eppure, sottolinea, «noi facciamo parte della stampa libera e dovrebbe valere il principio universale della protezione dei giornalisti».
Su ciò che sta accadendo in Rojava, a Kobane non sembrano esserci dubbi. «Quello che vediamo oggi è iniziato con l’arrivo del nuovo governo di Damasco insieme alle sue milizie, che da sempre prendono di mira le minoranze – afferma Herani – Lo abbiamo visto a Suweyda e sulla costa, dove hanno tentato di eliminare intere popolazioni. Ora vogliono compiere un genocidio anche contro i curdi». Una soluzione diplomatica al conflitto, tuttavia, non è ancora esclusa: ieri una delegazione dell’Amministrazione autonoma ha raggiunto Damasco per un nuovo round di colloqui.
Lunedì, l’undicesimo anniversario della liberazione della città è passato senza celebrazioni. La gente è in strada, ma per difendersi. «Anche quest’anno questo anniversario si rinnova con una nuova anima di resistenza», dice Herani. «Con gli occhi di una giornalista vedo il dolore del mio popolo, ma vedo anche la sua forza e la sua determinazione».
Se nel 2014 l’assedio della città avveniva sotto gli occhi del mondo, oggi le popolazioni del Rojava denunciano il silenzio calato su di loro. «Assordante il silenzio delle forze della coalizione internazionale e di chi si erge a difensore del diritto. Di fronte a ciò che accade al popolo curdo, regna il silenzio. Le persone devono chiedersi il perché».
CHI A KOBANE ha conosciuto sulla propria pelle la brutalità dell’Isis non smette di lanciare l’allarme. «Il mondo deve conoscere i crimini commessi da queste bande armate – afferma – e la lotta portata avanti dai combattenti e dalle combattenti delle Ypg e delle Ypj». Le milizie che oggi avanzano, insiste Herani, «prendono di mira le donne, soprattutto le donne rivoluzionarie, arrivando a tagliare ed esporre le loro trecce come trofei dopo averle uccise. Vogliono cancellare la cultura e l’identità curda a Kobane e in tutto il Rojava».
Eppure la fiducia non viene meno: «Come giornalisti faremo ogni sforzo possibile per far arrivare la voce della nostra gente al mondo. Kobane è una città curda che, dall’inizio della sua storia fino a oggi, non è mai stata conquistata. Non dal regime baathista, non dall’Isis. Oggi la storia si ripete. Il popolo curdo dimostra ancora una volta che non accetterà mai una vita senza dignità, anche se questo significa compiere grandi sacrifici».
* Fonte/autore: Daniela Galiè, il manifesto
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