Spagna. Dietrofront di Sánchez: spese militari aumentate, embargo verso Israele aggirato
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Il governo socialista guidato da Pedro Sánchez chiude l’anno con due decisioni molto polemiche. Aggirato anche l’embargo all’invio di tecnologia militare verso Israele. Proteste degli alleati di governo
Il governo socialista guidato da Pedro Sánchez chiude l’anno con due decisioni molto polemiche. Che suscitano l’ira dei compagni di governo di Sumar e di altri soci parlamentari come Podemos: aumentare in un solo colpo di 2 miliardi la spesa militare, e aggirare l’embargo a Israele che lo stesso governo aveva approvato non più di 3 mesi fa. Il tutto in assenza, dal 2023, di una legge di bilancio.
Iniziamo per la seconda. Nel decreto convertito in legge del settembre scorso (vedi: https://ilmanifesto.it/embargo-totale-la-spagna-approva-il-decreto), il governo aveva previsto l’embargo totale dell’import-export verso Israele di tutta la tecnologia militare e di uso duale. Ma aveva introdotto appositamente una clausola nel caso di questioni di “interesse generale nazionale” in cui il consiglio dei ministri avrebbe potuto aggirare il divieto. Cosa che, puntualmente, è avvenuta la settimana scorsa.
Il governo ha infatti dato luce verde a un trasferimento di “materiale di difesa e di uso duale” israeliano per l’impresa Airbus, colosso europeo dell’aeronautica e della difesa. Secondo il governo, i quattro progetti di Airbus che il Consiglio dei ministri intende preservare con questa decisione, “sono indispensabili per la redditività economica” e “per preservare migliaia di posti di lavoro altamente qualificati”, perché “non ci sono alternative immediate per sostituire in modo affidabile alcuni componenti tecnologici essenziali”.
Come foglia di fico, assicura comunque che “le aziende interessate stanno implementando il piano di disconnessione tecnologica israeliana”. Ma nel frattempo il governo – come temevano i partiti che oggi lo criticano e i movimenti pacifisti – non ha esitato a continuare a commerciare con Israele. Oltretutto, i dettagli dell’operazione sono segreti, e si possono fare solo ipotesi: sembra si tratti di radar e di sistemi di autodifesa.
La campagna per porre fine al commercio di armi con Israele, sostenuta da oltre 600 organizzazioni, in un comunicato ha scritto che la decisione “dimostra ciò che abbiamo denunciato per mesi: che il decreto non è un embargo totale sulle armi contro Israele” e che “ogni clausola di eccezione è una scappatoia attraverso cui si infiltra la complicità”.
Ma il coltello si rigira nella piaga: nello stesso Consiglio dei ministri del 23 dicembre, è arrivato anche il secondo colpo: l’approvazione di più di 2 miliardi di euro in campo militare, di cui la metà sono per l’acquisto di camion affinché le forze armate siano in grado di operare “in tutti i tipi di ambienti e di integrarsi in strutture multinazionali per garantire la protezione della popolazione e il controllo del territorio e delle risorse”, e altri 100 milioni “volontari” per rafforzare “le capacità difensive” di Kiev.
Si tratta di un importante messaggio lanciato alla Nato, con cui il governo nel corso del 2025 ha avuto uno scontro verbale. Dopo aver praticamente raddoppiato la spesa militare arrivando a oltre il 2% – una decisione shock così repentina che la sinistra fuori e dentro il governo ha fatto fatica a reagire – Sánchez si era scontrato con Mark Rutte sostenendo che arrivare al 5% come voleva Donald Trump era insostenibile per la Spagna. Ma appunto per mantenere l’impegno di arrivare ai 33 miliardi di spesa totali promessi, il ministero della difesa guidato da Margarida Robles riceve questa iniezione di miliardi oltre che per i camion, anche per correggere degli errori di progettazione nei sottomarini s-80 (circa 400 milioni), 350 milioni per la cibersicurezza e il resto per la base navale di Rota e per assistenza tecnica e gestione del supporto logistico nell’approvvigionamento degli arsenali della marina.
Se ne vantava la ministra della difesa in un’intervista su TVE, la televisione di stato, questa settimana: “La Spagna è un partner affidabile e uno dei paesi che meglio rispetta i propri impegni nell’ambito dell’Alleanza Atlantica”, aggiungendo che nel 2018 “la spesa per la difesa era pari solo allo 0,9% del PIL” mentre ora “stiamo mettendo a frutto le nostre capacità”.
* Fonte/autore: Luca Tancredi Barone, il manifesto
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