Venezuela attaccato da Trump: un crimine internazionale e un copione antico
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Da oltre due secoli si assiste al solito copione: colpi di stato, invasioni, governi fantocci, repressioni, massacri, violazioni sistematiche dei diritti civili politici e sociali in nome di una libertà che è solo quella di Washington di disporre a suo piacimento dell’America Centrale e del Cono Sud
Il 2026 inizia con un’invasione annunciata. Da mesi c’erano avvisaglie che Donald Trump puntasse a rovesciare il Governo venezuelano di Nicólas Maduro attraverso un intervento militare. La presenza delle navi Usa al largo delle coste del Venezuela, le navi colpite, la richiesta al Governo della Costarica di ospitare in rada 150 navi da guerra, il Nobel alla leader dell’opposizione, Maria Cristina Machado, rappresentavano segnali inequivocabili che qualcosa sarebbe successo. Gli osservatori esprimevano valutazioni che equivalevano a wishful thinking, a un pio desiderio:le dimensioni del paese sudamericano, l’esercito e le scarse possibilità di defezioni, l’interesse della Cina per il petrolio venezuelano, presunte divisioni interne all’apparato militar-industriale statunitense, sembravano rendere remota la possibilità di un intervento militare. È successo invece il contrario, in linea con la rivendicazione della Groenlandia, coi finanziamenti miliardari inviati al presidente argentino Millei a ridosso delle elezioni di medio termine, con l’ingerenza nelle elezioni presidenziali dell’Honduras.
The Donald sembrerebbe ispirarsi a James Monroe e a Ronald Reagan, suoi predecessori. Il primo affermava il principio “l’America agli Americani”, fornendo una giustificazione ideologica alla volontà di potenza della neonata repubblica a stelle e strisce. Il secondo definiva gli stati sovrani che si estendono a sud del Rio Grande, con grande rispetto della loro indipendenza, come “il cortile di casa degli Stati Uniti”. Da oltre due secoli si assiste al solito copione: colpi di stato, invasioni, governi fantocci, repressioni, massacri, violazioni sistematiche dei diritti civili politici e sociali in nome di una libertà che è solo quella di Washington di disporre a suo piacimento dell’America Centrale e del Cono Sud. Il Cile, Grenada, il Nicaragua, sono tragedie che ricorrono nella nostra memoria. Eppure, la gravità della vicenda venezuelana, contiene una serie di novità che vale la pena analizzare, in quanto rappresenta l’acme della sovrapposizione tra politica internazionale e politica penale, della criminalizzazione del dissenso in forme strumentali, delle crociate per la legge, l’ordine e la temperanza dietro le quali si cela soltanto l’interesse imperiale della Casa Bianca. Salvador Allende venne immortalato davanti alla Moneda mentre fronteggiava i golpisti guidati da Augusto Pinochet Ugarte col fucile in mano, a testimoniare la voglia di resistere a un’ingiustizia e a una prepotenza. Oggi, Nicólas Maduro, viene ostentato come un trofeo di guerra tra le braccia di due uomini della Dea (Drug Enforcement Administration) che lo trattano come un criminale comune, un esponente dei narcos, ovvero un mafioso, mercante di morte. Siamo di fronte a un mutamento significativo di scenario, che vale la pena di analizzare.
Il primo elemento che ci preme di sottolineare è il cambiamento di strategia comunicativa. Le immagini del cadavere di Che Guevara, quelle sopraccitate di Allende, le manifestazioni delle madri e delle nonne di Plaza de Mayo, avevano veicolato al mondo la rappresentazione degli Usa come potenza imperialista, aggressiva, che operava direttamente e indirettamente in America Latina in forme prive di alcun scrupolo. Un mutamento di registro, sul piano comunicativo, era necessario. A partire dal rovesciamento di Manuel Noriega (inizialmente appoggiato da Washington), a Panama, nel 1989, prende piede una diversa rappresentazione della politica statunitense nel “cortile di casa”. È crollato il muro di Berlino, si è dileguato il nemico da combattere, mentre a nord del Rio Grande, la politica neoliberista reaganiana, produce frammentazione, polarizzazione, disperazione che sfocia nel consumo di stupefacenti di massa, aggravato dalle politiche proibizioniste.
Sulla scia delle War on Drugs iniziate sotto l’amministrazione Nixon, si assiste a un mutamento della rappresentazione dell’America Latina, che costituisce il secondo elemento da approfondire. A sud del Rio Grande non allignano più perniciosi focolai di guerriglieri, bensì mercanti di morte senza scrupoli, che minacciano le fondamenta dell’American Way of Life a mezzo dell’importazione e della commercializzazione degli stupefacenti, magari introdotti attraverso la migrazione clandestina di massa. Che si manifesta anche attraverso le pandillas, ovvero le gang di origine latinoamericane che imperverserebbero nelle metropoli statunitensi. Xenofobia, legge e ordine, proibizionismo, si fondono in una combinazione stigmatizzante, che produce la nuova maschera dell’egemonia di Washington a sud del suo confine.
La lezione dell’Operazione Condor (da non confondere col Piano Condor) portata avanti anni prima in Messico, viene ignorata. All’inizio degli anni Settanta, sotto l’amministrazione Nixon, si era convinto il Governo messicano ad accogliere i funzionari della Dea per estirpare le piantagioni di cannabis situate oltre confine, a cui si approvvigionavano i commercianti e i consumatori di marijuana statunitensi. Il risultato era stato paradossale: si erano distrutte le colture, ma era rimasta in piedi la rete di commercializzazione e distribuzione, da cui erano sfociati i narcos messicani, pronti a smerciare la cocaina prodotta in Colombia. Inoltre, i contadini vittime dell’estirpazione della cannabis e delle altre colture tradizionali, non avevano trovato, di pari passo alle politiche di riaggiustamento strutturale, altra soluzione che quella di emigrare negli Usa. Presto seguiti da nicaraguensi, guatemaltechi e salvadoregni stremati da regimi e guerre civili alimentate da Washington. Clinton, nel 1999, decise di attuare il Plan Colombia nel paese andino. Bush junior ne seguì l’esempio otto anni dopo, col Plan Merida in Messico. Secondo uno schema consolidato: Dea, “consiglieri militari”, squadre speciali formate da tecnici statunitensi, estirpano le piantagioni potenzialmente tossiche anche radendo al suolo e saccheggiando interi villaggi, con buona pace dei diritti umani. Col solo scopo di ottenere consenso elettorale, e senza risolvere né la questione del consumo di sostanze in casa, né i problemi sociali ed economici dei paesi beneficiari di questi interventi.
Non essendo stato possibile riprodurre lo stesso schema in Venezuela, si è optato per accusare Maduro di minacciare la sicurezza statunitense proteggendo pericolosi narcotrafficanti venezuelani. Utilizzando un argomento che non è suffragato da alcuna agenzia internazionale, forza di polizia o governo. I politici latinoamericani invisi a Washington sono spogliati dello status di capi di stato e degradati all’etichetta di nemico, delinquente, alla guida di stati canaglia, come ebbe a dire Bush junior. Riecheggiano le riflessioni di Alessandro Dal Lago, quando teorizzava la sovrapposizione tra politiche penali e di guerra come la base dei conflitti globali contemporanei.
Nel caso di Maduro, agli stupefacenti, si è aggiunto il tema della corruzione governativa e della violazione dei diritti umani, che giustificherebbero l’intervento statunitense. Argomenti che – e questo aspetto costituisce il terzo elemento da approfondire – afferiscono alla sfera del lawfare, ovvero della delegittimazione dei governi in carica, se ostili a Washington, puntando il dito su una gestione dissennata delle risorse pubbliche, sul clientelismo, sugli abusi commessi dalle forze dell’ordine. Argomenti spesso strumentali, spesso forzati, che hanno fatto cadere i governi di Fernandez e Kirchner in Argentina, che hanno fruttato il carcere a Lula, che hanno rovesciato gli esiti elettorali in Perù e in Bolivia. Sicuramente, i governi a cui ci riferiamo, incluso quello di Maduro, erano lontani dall’avere consolidato le strutture democratiche, né avevano risolto i problemi dei loro paesi. Rappresentavano però il tentativo di attuare svolte politiche significative, allargando la partecipazione, tenendo conto dei diritti della popolazione indigena, facendo i conti con le dittature passate, redistribuendo, almeno in parte, la ricchezza. Se non di tentare di creare spazi di cooperazione economica comuni, fuori dal cono d’ombra dello zio Sam. E cercando partnership commerciali invise agli Usa, come la Cina e la Russia nel caso venezuelano. Dove le ingenti risorse petrolifere fanno sì che la posta in gioco, ancorché alta, sia particolarmente delicata, in quanto implica lo spostamento dei rapporti di forza tra le potenze.
Trump si prepara a fronteggiare la Cina nella lotta per l’egemonia mondiale. Mira a riconquistare un consenso interno che, tra i file di Epstein, la vittoria di Mamdani, i conflitti interni a Maga, rischia di evaporare. Allora ricorre al bombardamento di Caracas, all’arresto e al rapimento del presidente venezuelano. Per mandare messaggi all’interno e all’esterno. Per quanto ci riguarda, in questo momento, se esiste un criminale di guerra, va cercato alla Casa Bianca
* Fonte/Autore: Vincenzo Scalia, Volerelaluna
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