Armi atomiche: il trattato New Start non si rinnova, è la fine di un’era

Armi atomiche: il trattato New Start non si rinnova, è la fine di un’era

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Scaduto l’ultimo trattato atomico Usa-Russia, mentre a Abu Dhabi inizia il trilaterale con l’Ucraina. Territori e sicurezza al centro

La seconda tornata di colloqui trilaterali tra Russia, Usa e Ucraina si apre senza colpi di scena e nel silenzio delle parti. Sullo sfondo i bombardamenti a tappeto russi sulle grandi città ucraine e il mancato rinnovo del trattato New Start con gli Usa sulla limitazione degli armamenti nucleari.

Il capo-delegazione di Kiev, il Consigliere per la sicurezza nazionale Rustem Umerov, ha definito i negoziati «sostanziali e produttivi», ma oltre a generici «passi concreti e soluzioni pratiche» non ci sono dichiarazioni degne di nota. Sappiamo che per Volodymyr Zelensky l’obiettivo sarebbe firmare al più presto le garanzie di sicurezza con gli Stati uniti e magari avere un’idea chiara dell’impegno economico per la ricostruzione del suo Paese. Ma il segretario di Stato Usa Marco Rubio non si è mostrato ottimista come Donald Trump alla vigilia – «siamo molto vicini a una svolta» – e anzi ha risposto ai giornalisti che per ora «la buona notizia è che l’amministrazione Trump ha compiuto grandi progressi nei negoziati nell’ultimo anno, mentre la cattiva notizia è che le questioni ancora in sospeso sono le più difficili».

Dunque potremmo ribaltare il detto inglese, nessuna nuova buone nuove, dato che in Ucraina sanno che finché la diplomazia non riuscirà a fermare le bombe la situazione peggiorerà progressivamente. Gli attacchi di ieri, ad esempio, hanno provocato almeno sette vittime a Duzhkivka, a sud di Kramatorsk (Donetsk ucraino), e almeno 15 feriti; distrutto 20 edifici a Odessa e danneggiato infrastrutture a Kharkiv, Kiev e Dnipro. Zelensky ha parlato di almeno mille palazzi al buio nella capitale e di diverse centinaia di edifici nel resto del territorio nazionale. Quasi due milioni di civili vivono ormai senza forniture elettriche costanti.

IL CREMLINO conosce bene gli effetti dei suoi raid e infatti alla vigilia il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, ha ammonito che questi continueranno «finché il regime di Kiev non avrà preso decisioni appropriate». Ovvero: acconsentire alle richieste russe sulla cessione dei territori, sul ritiro dei soldati ucraini dalla parte di Donetsk che ancora controllano e sulle altre questioni «vitali» per Mosca. In caso contrario «l’operazione militare speciale proseguirà».

Non poteva mancare l’accusa ai “burattinai” occidentali, lanciata in mattinata dalla portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, secondo la quale «la Nato sta palesemente pianificando un intervento militare tramite l’invio delle truppe dei Volenterosi sul territorio ucraino», e ripresa poi dal titolare del dicastero, Sergei Lavrov. «Abbiamo sostenuto le proposte degli Usa» ha dichiarato il ministro, «ma gli europei le hanno modificate e continuano a cercare di modificarle». Inoltre, sempre Lavrov ha smentito le dichiarazioni della vigilia del Segretario generale della Nato, Mark Rutte, annunciando che «se questo è ciò che gli ucraini hanno portato ad Abu Dhabi, allora è un’ulteriore conferma che Zelensky non vuole la pace». A tarda sera il presidente ucraino ha annunciato che un primo risultato del vertice è l’accordo su un nuovo scambio di prigionieri di guerra.

L’INTESA MANCA in modo estremamente pericoloso sul trattato New Start (New strategic arms reduction treaty, Nuovo trattato di riduzione delle armi strategiche, ndr). In vigore dal 2010, prevedeva il dimezzamento del numero di basi di lancio di missili nucleari tattici e delle relative testate. Barack Obama e Dmitri Medved lo firmarono in pompa magna a Praga in uno dei momenti storici in cui la vicinanza tra Russia e occidente era maggiore. Ma si trattava di una parentesi, come la carriera politica di Medvedev, oggi fatalmente ridotto a profeta dell’apocalisse proprio sull’atomica. Nel febbraio del 2023 Mosca l’ha sospeso, ma senza un ritiro ufficiale.

Lo stesso anno i russi sono usciti definitivamente dal Cfe, il Trattato sulle forze armate convenzionali in Europa, che nel 1990 aveva sancito la distensione sul Vecchio continente. Dunque il New Start era l’ultimo grande accordo Washington-Mosca che stabilisse la necessità di porre un freno alla corsa agli armamenti più devastanti finora inventati. Dopo l’insediamento di Trump alla Casa bianca, Mosca ha iniziato a chiedere agli Usa che si intavolasse una discussione per il suo rinnovo, ma la controparte ha sempre nicchiato. Fino a ieri, quando Rubio ha dichiarato: «è impossibile che un accordo sulle armi nucleari non includa la Cina», palesando i timori già espressi da Trump nei mesi scorsi per un possibile sorpasso di Pechino.

Tra l’altro, gli analisti ritengono che ai ritmi attuali la Cina recupererà davvero lo svantaggio con i due giganti del nucleare entro il 2030, con il beneficio di avere vettori nuovi. Ma finora Xi Jinping e i suoi non hanno mai aperto ad alcuna trattativa su questo tema e forse Trump spera che facendo pressione sulla Russia questa possa intercedere con l’alleato asiatico. Ora, pur dichiarando che si agirà «con responsabilità». Il Cremlino ha fatto sapere di non sentirsi più vincolato «da alcun obbligo o dichiarazione simmetrica nell’ambito del trattato». E il mondo, a partire dall’Ucraina, è un posto molto più insicuro.

* Fonte/autore: Sabato Angieri, il manifesto



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