Controinformazione, una lista svela i volti degli agenti di Trump

Controinformazione, una lista svela i volti degli agenti di Trump

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 Il sito, che a inizio anno contava circa 2mila nomi, ha registrato un picco di attenzione solo di recente, quando si è diffusa la notizia di un attacco hacker

Un sito aggiornato in tempo reale con nomi, cognomi e foto dei famigerati agenti dell’U.S. Immigration and Customs Enforcement (Ice), l’agenzia statunitense per l’immigrazione, e un’enorme quantità di informazioni esiste da quasi un anno. Eppure Ice List, che a inizio anno contava circa 2mila nomi, ha registrato un picco di attenzione solo di recente, quando si è diffusa la notizia di un attacco hacker al sito, poche ore dopo la pubblicazione delle identità di 4.500 agenti, ottenute grazie a un leak proveniente da gole profonde della Border Patrol e dalla stessa Ice.

L’idea di creare un archivio per esporre gli agenti anti-immigrazione è venuta nel giugno scorso a Dominick Skinner, attivista irlandese di 31 anni residente nei Paesi bassi, che ha raccontato al Guardian di averci pensato dopo aver condiviso un post di Kristi Noem, segretaria alla sicurezza interna degli Stati uniti, che minacciava l’arresto di chiunque pubblicasse informazioni sensibili sugli agenti Ice.

L’attivista, del quale non si sa quasi nulla, ha ritenuto che le autorità americane avrebbero avuto una capacità di intervento limitata su server dislocati nei Paesi bassi. Da allora, insieme a cinque persone, ha lanciato Ice List, dove vengono rivelate le identità degli agenti senza includere numeri di telefono o indirizzi, mantenendo l’iniziativa entro limiti dichiaratamente politici e di ricerca.

IL PROGETTO è parte di Crust News, una piattaforma attivista anti-Trump su Substack, finanziata con donazioni e sottoscrizioni, che si presenta come «un archivio di inchieste, analisi dettagliate e strumenti di monitoraggio che rivelano come funziona la propaganda, chi la finanzia e chi trae vantaggio dalla tua confusione».

Tornando al progetto più noto, il punto principale dei detrattori è lo stesso mosso agli attivisti che cercano di fotografare gli agenti per condividerne le identità, accusati di doxing (la pubblicazione online di dati personali con finalità intimidatorie). In realtà, gran parte del lavoro per Ice Lis, lo hanno fatto gli stessi agenti, disseminando ovunque le loro informazioni sul web: a migliaia erano attivi, senza preoccuparsi troppo di celare dettagli sulle loro attività attraverso LinkedIn, pubblicando dati professionali relativi alla controversa agenzia. Come osservano diversi commentatori sulla stessa piattaforma: se non vuoi che il mondo sappia che lavori per l’Ice, non pubblicare il tuo curriculum online.

SEMPLICE, NO? A quanto pare, meno di quanto sembri: con l’aumento dell’impopolarità dell’Ice, la senatrice repubblicana Marsha Blackburn ha tentato di correre ai ripari blindando gli agenti e facendo approvare lo scorso anno una legge che vieta la diffusione della loro identità sui social. Tuttavia, la collocazione extraterritoriale del sito e la presenza di whistleblower interni all’agenzia mostrano come le attività dell’agenzia per l’immigrazione non godano affatto di sostegno unanime neppure al suo interno. E anche se oggi gran parte di quegli account risulta rimossa o impostata in modalità privato, molti profili sono ancora visibili.

Quanto a Ice List, afferma di collaborare con almeno 500 volontari che inviano informazioni dagli Stati uniti e con investigatori privati sul campo che cercano verifiche sui nomi. Oltre alle persone, il sito pubblica anche dettagli su incidenti, veicoli e altri elementi utili a documentare e tracciare le attività della polizia anti-immigrazione sotto l’amministrazione Trump.

* Fonte/autore: Massimiliano Sfregola, il manifesto



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