Cuba prova a vivere a energia zero e torna al machete

Cuba prova a vivere a energia zero e torna al machete

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L’embargo petrolifero ferma le macchine per tagliare la canna, ora la «zafra» si fa a mano

L’AVANA. Vivere a energia zero. È la minaccia che Donald Trump e il suo scherano agli esteri Marco Rubio fanno pendere sulla testa dei cubani, impedendo il rifornimento di greggio all’isola.

Ed è quello che per circa sei-sette ore al giorno sperimenta Yosvani, un pensionato del mio quartiere al quale alle volte mi rivolgo per piccoli lavori. Durante gli apagones (gli imprevedibili blackout ormai di sei-sette ore quotidiane) vive appunto a energia zero: senza luce, senza gas – le bombole di gpl sono sia un ricordo che un miraggio: dopo mesi di assenza è stato annunciato che «presto» saranno di nuovo in vendita con la libreta – per cucinare deve ricorrere al carbone (2000 pesos al sacco). Per accenderlo mi chiede i rami secchi che cadono dagli alberi del mio giardino.

MA CHE METTERE nella caldosa? (è la pentola nella quale si cucina una sorta di minestrone molto liquido con dentro quasi tutto ciò che può essere considerato commestibile). La sua vicina Lucía – che viene dall’est del paese e usa uno slang locale – lo chiama un guiso de rechupete, potrei tradurre con: un brodo da leccarsi le dita. Una pannocchia di mais ormai costa 90 pesos, il boniato (patata dolce) gli si avvicina. La causa? Non c’è benzina. Le stazioni di servizio in pesos (moneda nacional) sono «temporaneamente chiuse». Restano quelle in dollari. Ma non solo il carburante costa 1,3 dollari ( circa 700 pesos su uno stipendio medio di 6.800 pesos al mese) ma è razionato, al massimo 20 litri. Bisogna anche mettersi in lista di attesa mediante un’app, Ticket, non facile da usare. Quando ho tentato di farlo domenica 8 febbraio ho scoperto che in coda vi erano circa 900mila persone in tutta l’isola. Dunque bisogna ricorrere al mercato nero, dove fino a pochi giorni fa un litro di normale, a trovarlo, costava 1700 pesos (più di 3 dollari) e uno di super 2000 pesos (quattro dollari). In più i camionisti che trasportano le verdure dalla periferia verso la capitale alle volte devono pagare «una tassa» nei posti di controllo del traffico. Risultato, un aumento dei prezzi nelle carretillas dei lavoratori per conto proprio che vendono frutta e verdura nei mercatini locali.

Dunque l’asfissia energetica imposta dal tycoon di Washington è fortemente inflazionaria. I prezzi dei generi di prima necessità crescono ormai a livelli insostenibili per buona parte della popolazione. Il boss dell’ambasciata statunitense Mike Hammer ha una bella faccia tosta per affermare, nelle sue «visite al cubano de a pie» nell’isola, che la misura di strangolamento è contro il governo e per garantire «la libertà» al popolo cubano. I risultati sono che centinaia di migliaia di cubani non sanno che cosa mettere in tavola e sicuramente non per tre volte al giorno.

ALTRO CHE MISURE per «imporre il rispetto dei diritti umani», argomento caro anche al “ministro degli esteri” dell’Ue, Kaja Kallas. Le sanzioni non sono uno strumento benevolo per i difensori dei diritti umani: sono uno strumento di guerra economica, con la popolazione civile come danno collaterale prevedibile e previsto. La ricerca fatta da Economic Affairs n.42 conferma che le sanzioni in America latina e nel Caribe riducono significativamente la crescita economica, aggravano la diseguaglianza dei redditi e aumentano la povertà. L’esempio cubano è eclatante.

Energia zero è anche una realtà nell’appena iniziata zafra, il taglio della canna che deve essere poi lavorata per produrre zucchero. Nell’est di Cuba si è ritornati al taglio fatto a mano col machete. Le grandi macchine per il taglio sono ferme, senza un goccio di benzina. Ai macheteros vengono pagati 700 pesos (1,3 dollari) per tonnellata di canna tagliata. Un lavoro bestiale. Ma alla fine del mese si può raggiungere quota 21.000 pesos (42 dollari). Il triplo del salario medio.

LO STRANGOLAMENTO energetico colpisce a morte il settore del turismo, una delle principali fonti di valuta. Varie compagnie aeree hanno tagliato i voli su Cuba perché dall’11 febbraio gli aeroporti non hanno combustibile per rifornire i jet. Air Canada ha sospeso i voli, e i canadesi formano la gran parte dei turisti dell’isola. Varie compagnie russe li hanno drasticamente ridotti (spesso per riportare a casa i turisti). L’italiana Neos ha cambiato rotta: quella per l’Avana comporta uno scalo a Punta Cañas nella Repubblica domenicana per fare rifornimento, con un aumento delle ore di viaggio. La catena spagnola di hotel Melía – la più importante dell’isola – ha di fatto chiuso vari alberghi. Lo stesso sta facendo la catena cubana Gaviota (controllata dalle Far, Forze armate rivoluzionarie).

Il trasporto pubblico all’Avana è sostanzialmente bloccato. Funzionano pochi autobus, qualche microbus e molti tricicli (una sorta di Ape elettrica, riadattata per trasportare passeggeri), lenti e costosi. Risultato: le scuole hanno ridotto le lezioni in presenza fisica, il sistema produttivo, già inefficiente, è in crisi energetica. Crisi anche nel settore sanitario, una delle maggiori conquiste della Rivoluzione: negli ospedali solo chirurgia d’urgenza, per il resto si cerca di mantenere uno standard accettabile grazie al sacrificio di infermieri e medici che spesso arrivano al lavoro in bicicletta o a piedi. Tutti impegnati a operare in regime di grande scarsezza di medicinali, materiali e reagenti. Un mio amico italiano che aveva previsto un intervento alla cataratta di un occhio, dovrà rimanere guercio per settimane, in attesa che migliori la situazione.

SENZA BENZINA non vi è raccolta della spazzatura. Che ormai si accumula nelle strade, alle volte invadendole e persino sulle spiagge. Come accade anche di fronte al mio meccanico, il quale asserisce che dovrà presto mettere in pratica quello che per lungo tempo è stata un’opera esposta nel Museo d’arte moderna: una Chrysler con le ali (“Hybrid of a Chrysler”).

Non vi è da stupirsi se buona parte dei cubani (sicuramente di quelli che conosco) vogliono cambiamenti. Non contro il socialismo (anche se di certo non gode di grande apprezzamento) ma per vivere meglio. Quello che colpisce maggiormente è la frattura generazionale. Circa mezzo milione di giovani sono emigrati negli ultimi due anni. Una fuga di talenti e energie disastrosa.

RIFORME E SOCIALISMO o riforme o socialismo. Il dibattito se riforme di struttura – peraltro già previste dai Lineamenti per la modernizzazione dell’economia cubana promossi dall’allora presidente Raúl Castro nel 2011 e in maggioranza incompiuti – e socialismo siano compatibili, e come, è in corso da vari anni. Ma è difficile da valutare per la poca trasparenza di quanto accade ai vertici della leadership cubana. E perché l’informazione è controllata dal governo. Una serie di economisti – tra i quali anche “ufficiali” e “amici”, vedasi la trasmissione tv Cuadrando la caja condotta da Marxlenin Pérez – asseriscono che non solo sia possibile, e espongono le loro “ricette” spesso rifacendosi alle riforme attuate in Vietnam (Doi Moi, Rinnovamento) e in Cina. ma che tali riforme siano necessarie e improcrastinabili.

Se possono funzionare o meno, solo la pratica potrà stabilirlo. Ma il vertice politico – sostanzialmente l’ufficio politico del Pcc – è restìo, specie in un momento di strangolamento economico-finanziario e commerciale. E sotto la minaccia di un possibile intervento militare. Così si moltiplicano gli appelli di sempre alla resistenza, patria o muerte venceremos, e le promesse già avanzate (más de lo mismo, affermano in molti).

L’INSODDISFAZIONE è evidente e di massa. Ma per Cuba la posta in gioco è altissima. Non si tratta, come afferma Trump, dell’alternativa tra dittatura e democrazia (illiberale, nel modello dei tycoon) ma tra indipendenza e ricolonizzazione (come si sospetta avvenga già in Venezuela). Come affermava Fidel «dobbiamo prepararci al peggio e sperare nel meglio».

* Fonte/autore: Roberto Livi, il manifesto



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