Epstein Files. Le origini della ricchezza e del potere del finanziere pedofilo
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Le relazioni di Kissinger e i modi di Carminati, così il finanziere pedofilo e i suoi files stanno selezionando la sopravvivenza del più adatto nel “mondo di mezzo” delle super-elites globali
Andrew Mountbatten-Windsor, il fratello scemo del Re d’Inghilterra di cui abbiamo parlato ampiamente l’altro giorno, è solo il nome più celebre nella lunga lista di personaggi costretti a lasciare le loro cariche a causa dei cosiddetti Epstein files. La loro pubblicazione è stata un’idea di Steve Bannon, concepita come operazione di salvataggio di Trump usando la tecnica flood the zone, ovvero riempire l’ecosistema delle notizie di merda (verità, mezze verità, bugie clamorose). Lo scopo è impedire a chiunque di capire qualcosa sulle responsabilità dell’attuale presidente, che con il finanziere pedofilo ha avuto una frequentazione trentennale.
Questo spiega perché, dopo aver resistito per quasi un anno, improvvisamente nel novembre 2025 Trump firma l’Epstein Files Transparency Act che impone al Dipartimento della Giustizia di pubblicare tutti i documenti a sua disposizione. È un diluvio, tre milioni di documenti, in gran parte semicensurati. Una montagna di scartoffie, dal punto di vista penale del tutto irrilevanti ma utili – grazie ai nuovi nomi che spuntano ogni giorno- per distrarre il pubblico dalla feroce applicazione del programma di Trump nel secondo mandato: deportazioni di massa di immigrati e cittadini ispanici, eliminazione dei sussidi all’assistenza sanitaria, accentramento di tutti i poteri nelle mani di un presidente-monarca.
BANNON È SICURO di poter cavalcare la tigre sbrana-pedofili e, fino a un certo punto, ci riesce. Nelle sue fauci finiscono nomi succulenti: non solo Mountbatten ma anche Bill Gates e Bill Clinton (tre ex, in realtà). Soprattutto, il torrente di liquami fa galleggiare i personaggi felici di stare a contatto con la super élite di miliardari di cui Epstein era un factotum, un soprastante, un campiere. La vera questione che emerge dai documenti, infatti, non sono i crimini di Epstein ma la sua ricchezza e il suo senso di impunità: oggi scopriamo che Epstein era un incrocio tra Henry Kissinger e Massimo Carminati, con un’agenda con 32 nomi di capi di governo, da Donald Trump al presidente della Mongolia Cahiagijn Elbegdorž passando per l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak e l’ex primo ministro norvegese Thorbjørn Jagland. Il suo modo di operare assomiglia molto a quello di Carminati nel “mondo di mezzo” a Roma: mettere in contatto il potere con la criminalità, fornire servizi sporchi a chi ne ha bisogno e ottenere in cambio le necessarie protezioni. Su scala mondiale, ovviamente.
PARTITO DAL NULLA, il giovanotto di Brooklyn nel 1976 entra alla Banca Bear Sterns (che fallirà nel 2008) ma nel 1981 se ne va e fa carriera come wealth manager di Les Wexner (oggi 9 miliardi di dollari di patrimonio) ex proprietario del marchio Victoria’s Secret. A partire da lì, Epstein compra immobili per la famiglia Wexner e poi li rivende a se stesso a prezzi di favore, come per esempio la grande villa di Manhattan. I poteri di firma di cui gode gli permettono di crearsi un pacchetto di case di lusso (Parigi, Palm Beach, l’isola di Little St. James nei Caraibi) utili, come vedremo, per legare a sé personaggi importanti. A un certo punto è costretto a restituire 100 milioni di dollari ai Wexner per evitare una causa civile ma intanto il suo raggio d’azione si è enormemente ampliato: apre una società alle Isole Vergini, che incasserà circa 160 milioni di dollari da Leon Black tra 2012 e 2017 per “consulenze fiscali e strutturazione patrimoniale”.
Le banche sono ben felici di averlo come cliente: JPMorgan Chase e Deutsche Bank gestiscono per anni i suoi conti, permettendogli di muovere enormi somme, spesso in contanti. Dopo la sua morte JPMorgan Chase segnala alle autorità oltre 1 miliardo di dollari in “transazioni sospette” tra il 2003 e il 2019. I due istituti hanno pagato rispettivamente 290 e 75 milioni di dollari per chiudere cause civili intentate dalle vittime.
IN REALTÀ LA RICCHEZZA di Epstein viene dai contatti che accumula, contatti che aprono la strada a speculazioni di borsa e contratti per forniture d’armi (l’ex primo ministro israeliano Ehud Barack dormiva a casa sua a New York). In una mail a un collaboratore descrive la sua settimana: incontri con Peter Thiel, Bill Summers, Bill Burns (Cia), Gordon Brown (ex primo ministro inglese) Thorbjørn Jagland, il presidente della Mongolia, Sultan Sulayem (Dubai), un rappresentante di Harvard, e il suo affezionato cliente Leon Black.
A parte l’anima nera di Silicon Valley, Peter Thiel, gli altri sono personaggi potenti ma non troppo, ricchi ma non troppo, come Larry Summers, ex ministro del Tesoro di Bill Clinton oppure Sultan Sulayem, capo del gigante globale della logistica e operatore portuale Dp World, che è stato frettolosamente sostituito alla guida dell’azienda dal governo di Dubai la settimana scorsa.
IN QUELLO che potremmo definire il “secondo anello” dell’entourage di Epstein troviamo altri personaggi come Peter Mandelson, ambasciatore della Gran Bretagna a Washington, o il norvegese Thorbjørn Jagland, spesso intermediario tra Epstein e il Cremlino: andava a Mosca a incontrare Putin, Lavrov e Medvedev, e poi dormiva a casa di Epstein a Parigi (not a smart move direbbe qualcuno). Poi c’è Kathryn Ruemmler, ex collaboratrice di Obama e capo dell’ufficio legale di Goldman Sachs, che si è dimessa giovedì scorso dopo che sono diventate pubbliche oltre diecimila mail in cui lo chiama sweetie, lo ringrazia per una borsa di Hermès e gli dà consigli di pubbliche relazioni.
E COSA CI FACEVANO nel gruppo Borge Brende, ex ministro degli esteri norvegese che ora dirige il World Economic Forum e Deepak Chopra, il guru indiano che ha venduto 20 milioni di copie dei suoi libri di self-help o Jack Lang, il rispettato ministro della cultura francese con Mitterrand?
Tutti i membri del secondo anello hanno una cosa in comune: pensavano di poter godere della stessa impunità di cui godono gli oligarchi veri. Pensavano di essere passati al livello superiore dove l’impunità è una cosa ovvia e indiscutibile, nel club di Jeff Bezos, Elon Musk, Mark Zuckerberg e Larry Ellison, tutti e quattro in prima fila all’insediamento di Trump il 20 gennaio 2025. In un certo senso, la fase attuale è l’inevitabile momento della “selezione dei più adatti” a restare nelle alte sfere dell’oligarchia mondiale. Darwinismo sociale applicato ai troppo ambiziosi.
ANCHE EPSTEIN pensava di essere al di sopra di qualunque indagine e lo pensa anche Donald Trump, che lunedì scorso ha dichiarato ai giornalisti di non avere «nulla a che fare con Jeffrey Epstein» (cosa sarà mai un’amicizia più che trentennale, con tanto di foto dei due in compagnia di Melania e Ghislaine Maxwell, oltre che il buon vicinato nelle rispettive ville di Palm Beach?) Esptein, però, è morto in cella e Trump, se non riesce davvero a instaurare un regime fascista a Washington, dovrà fare i conti con le sue malefatte quando finirà il mandato, il 20 gennaio 2029, ammesso che il corpo gli regga fino a quella data.
(2- fine. La prima puntata è stata pubblicata il 20/2)
* Fonte/autore: Fabrizio Tonello, il manifesto
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