Gaza. Board of Peace, Netanyahu non andrà all’inaugurazione a Washington
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Viaggio cancellato dopo la visita sotto tono di due giorni fa. Tra una settimana Trump lancia il primo summit, mentre a Gaza gli uccisi si accumulano. A Masafer Yatta, in Cisgiordania, l’esercito toglie le terre ai contadini su richiesta dei coloni israeliani
«Mettetevi in contatto con noi per ogni tipo di cooperazione», si legge nell’account in persiano dell’esercito israeliano su X. Servizi e forze armate di Tel Aviv hanno abbandonato la tradizionale abilità di celarsi tra le pieghe delle società che infiltrano. E si appellano direttamente alla delazione.
Il messaggio è stato pubblicato mentre Netanyahu rientrava dal suo settimo viaggio negli Stati uniti del secondo mandato Trump. Un rientro sottotono visto il modo in cui l’alleato lo ha trattato: quasi peggio del presidente siriano al-Sharaa che almeno una foto ufficiale l’ha strappata.
L’impressione è che l’amministrazione Usa volesse sottolineare il fastidio per le corse in avanti di Bibi, che si tratti di annettere ufficialmente la Cisgiordania o spalancare il conflitto con l’Iran. A bordo dell’aereo di stato, Wing of Zion, il premier ha abbozzato dicendosi convinto della strategia trumpiana (costringere Teheran a «un buon accordo») ma senza nascondere il suo «generale scetticismo». Forse a segnalare il nervosismo, Israele ha cancellato la partecipazione del premier al primo summit del Board of Peace, la prossima settimana.
NON SIGNIFICA che gli Stati uniti dell’era Maga non restino al fianco dell’alleato, in termini di sostegno materiale e ideologico. A confermarlo ieri era Reuters secondo cui un nuovo ruolo nella Striscia potrebbe essere giocato dalla compagnia statunitense UG Solutions, responsabile della «sicurezza» della Gaza Humanitarian Foundation (la fondazione che la scorsa estate aprì i famigerati centri di «distribuzione» degli aiuti a Gaza, luoghi di esecuzione di oltre 2.600 palestinesi affamati).
La UGS starebbe negoziando il suo ingresso nel Board of Peace, la creatura con cui Donald Trump intende assumere il controllo di Gaza, insieme a Tel Aviv. La compagnia si sarebbe offerta come fornitrice primaria della sicurezza.
Maggiori dettagli sul BoP saranno disponibili il 19 febbraio al summit statunitense: Trump annuncerà un piano di ricostruzione multimiliardario di fronte alla ventina di paesi che finora hanno aderito e che dovranno sborsare i loro contributi, «molto generosi». Nell’occasione si parlerà delle truppe della International Stabilization Force, finora guscio vuoto: in assenza di un mandato chiaro, nessun paese ha aderito (a parte l’Indonesia).
Intanto il fuoco non cessa. Ieri un palestinese è stato ucciso da un cecchino israeliano nel quartiere di Al-Zarqa a Gaza City, un secondo a Zeitoun e altri due feriti a Khan Younis. Nel bilancio anche il 59enne Hatem Ismail Rayyam: paramedico arrestato a dicembre del 2024 durante l’assalto israeliano al Kamal Adwan Hospital, insieme al suo direttore Hossam Abu Safiya, è morto nel carcere del Naqab, probabilmente per la fame, le torture e le terribili condizioni di vita.
DUE MURI PIÙ IN LÀ, proseguono le violente incursioni dell’esercito israeliano nelle comunità palestinesi e le aggressioni dei coloni. Azione congiunta volta alla pulizia etnica a cui ieri si è aggiunto l’ennesimo tassello, rivelato da Haaretz: l’esercito ha ordinato ai soldati di stanza a Masafer Yatta, a sud di Hebron, di impedire ai contadini palestinesi di accedere ai propri campi per ararli.
Una decisione, specifica la giornalista Matan Golan, presa su espressa richiesta del movimento dei coloni. L’operazione «Plowing disruption», disturbo dell’aratura, e prevede la definizione di nuove aree come zone militari e l’arresto e l’uso dei «mezzi di dispersione della folla» per cacciare i contadini.
L’obiettivo è palese: togliere a comunità già povere, marginalizzate e circondate dalle colonie ogni mezzo di sostentamento. Non arare significa una primavera senza raccolto. E – secondo la legge israeliana – una terra «abbandonata» può condurre alla perdita della proprietà, a favore dell’occupazione. È in questo modo che negli ultimi 40 anni Israele ha dichiarato terra di stato 80mila ettari di terre palestinesi.
* Fonte/autore: Chiara Cruciati, il manifesto
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