I «safari» dei coloni israeliani e del ministro nella prigione di Ofer
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Una ventina di settler invitati dal capo delle carceri. Alla fine del «tour» pranzo e dessert. Fame, pestaggi, stupri e umiliazioni, il ministro Ben Gvir: bene ma non basta, ora pena di morte
Non entrano gli avvocati, non entrano i familiari dei detenuti, non entra la Croce rossa: dal 7 ottobre 2023 le carceri israeliane sono un buco nero. I prigionieri politici palestinesi – oltre 20mila in due anni e mezzo solo dalla Cisgiordania, altre migliaia impossibili da stimare da Gaza – non hanno visto altro volto se non quello delle guardie. O quello del ministro della sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, che ha fatto dei centri di tortura di Israele uno dei palcoscenici prediletti per la sua campagna elettorale permanente.
L’ULTIMA VOLTA si è presentato ad Ofer, Sezione 26. Era il 13 febbraio 2026, si è fatto riprendere sopra un gruppo di palestinesi legati mani e piedi, ammucchiati uno sull’altro. «Questo è il modo in cui trattiamo i terroristi – ha detto a favore di telecamera – Quello che abbiamo fatto qui è storico, in tutte le strutture dell’Ips (Israel Prison Service, ndr). Ma abbiamo bisogno ancora di una cosa: la pena di morte, devono essere giustiziati, per impiccagione, iniezione, sedia elettrica». Il disegno di legge è già stato approvato in prima lettura dalla Knesset.
Pochi giorni fa i detenuti palestinesi a Nitzan hanno incrociato anche altri volti, secondo la denuncia del sito di informazione indipendente israeliano Shomrin: una ventina di coloni dell’insediamento di Har Homa, tra Betlemme e Gerusalemme, è stata invitata dal capo dell’Ips, Kobi Yaakovi, frequentatore della loro stessa sinagoga e scelto per l’incarico proprio da Ben Gvir, per un tour in carcere. Un «safari», lo definiscono sui social media, per “apprezzare” i trattamenti disumani e degradanti sofferti da decine di migliaia di palestinesi. Il tour è finito con un pranzo e il dessert.
LE CARCERI DI ISRAELE sono uno dei luoghi in cui si consuma la rimozione del popolo palestinese. Lo ingoiano insieme ai corpi che sottraggono alle comunità e attraverso un’umiliazione individuale che si fa collettiva. Chi riesce a uscirne lo denuncia, a volte bastano le tute troppo larghe per individui ridotti a pelle e ossa, le cicatrici fisiche, i racconti degli orrori subiti. Le ultime testimonianze le hanno reso decine di giornalisti al Committee to Protect Journalists: stupri con bastoni, pestaggi, fame.
Altre volte lo squarcio sull’inferno lo aprono le stesse autorità israeliane: foto di prigionieri legati per ore faccia a terra nei cortili, al caldo torrido o al gelo paralizzante, scritte sui corpi di chi torna libero o sulle tute dove si leggono minacce all’intera Palestina. Documenti diretti, ammissioni di crimini che un giorno saranno puniti, se mai giustizia sarà fatta.
Di testimonianze di ex prigionieri ne abbiamo raccolte anche in queste pagine, le storie si somigliano perché identico è il trattamento: celle sovraffollate, mancanza di coperte, materassi e abiti puliti per mesi, cibo così scarso da far perdere decine di chili dopo pochi mesi di prigionia, bilance per pesare chi si è dimagrito troppo, punizioni umilianti, stupri, la morte per le botte di compagni di cella. E le torture psicologiche: a tanti è stato raccontato di aver perso tutta la famiglia nei bombardamenti di Gaza, altri sono stati minacciati di violenze contro i familiari. Tutti hanno perduto il senso del tempo, dei giorni che passano, della notte e del dì.
I POCHISSIMI LEGALI che hanno varcato le soglie dell’inferno ne tornano sotto choc: parlano con persone trasformate nel corpo e nello spirito, pianti che non sono in grado di fermare, tremori incontrollabili. Pochi mesi fa su Middle East Eye l’avvocata Janan Abdu ha raccontato l’incontro a Ofer con RZ. Appena 45 minuti che per lui «sono stati un’ancora di salvezza».
RZ l’ha definita così in una lettera che le ha inviato poco tempo dopo: «Quello è il momento in cui ho ritrovato la mia umanità che le guardie tentavano di seppellire. Mi sono sentito di nuovo un essere umano con una famiglia, una casa, una patria che viene massacrata e che brucia, ma che non è morta».
* Fonte/autore: Chiara Cruciati, il manifesto
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