Il professor Khaled al-Saifi ucciso in un campo di tortura israeliano
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Dheisheh piange Al-Saifi, esponente della sinistra palestinese e leader della comunità. Anche lui vittima di «un’esecuzione lenta»
DHEISHEH. Tareq ci versa il caffè amaro del lutto e comincia a raccontare. «Khaled un paio di giorni prima di morire, con un filo di voce, mi ha detto che il 29 dicembre è stato il giorno di prigione in cui ha sofferto di più, che ha segnato la sua fine».
È il secondo dei tre giorni di lutto per Khaled Al Saifi, giornalista, insegnante, esponente della sinistra marxista palestinese e direttore del centro culturale Ibdaa, morto a Dheisheh all’inizio della settimana, qualche giorno dopo essere stato scarcerato dalle autorità israeliane. La gente di questo noto campo profughi palestinese alla periferia di Betlemme si è riunita per commemorarlo e portare conforto alla famiglia. Tareq, nome inventato – ci chiedono di non riportare i veri nomi dei presenti -, prosegue il suo racconto. «Il 29 dicembre dell’anno passato faceva molto freddo, ovunque, anche nel carcere di Ofer dove era rinchiuso Khaled. Le guardie, dopo l’ennesimo interrogatorio, gli hanno ordinato di spogliarsi. In mutande l’hanno portato nel cortile, lasciandolo all’aperto per due ore, forse di più. Il freddo era terribile, Khaled è quasi morto congelato. Quando l’hanno riportato dentro i suoi compagni l’hanno rivestito e riscaldato, salvandogli la vita. Da allora non si è più ripreso, l’organismo ha ceduto, è stato scarcerato solo perché (gli israeliani) hanno capito che stava per morire».
Articoli su tutti i media palestinesi e messaggi giunti da ogni parte del mondo, anche dall’Italia, hanno seguito la notizia della morte di Khaled Al Saifi, stimato da tutti. Il suo centro Ibdaa, chiuso dall’esercito israeliano dopo il 7 ottobre 2023, è stato per decenni un punto di riferimento per i giovani di Dheisheh e per tanti studenti e attivisti internazionali. Al Saifi, un educatore, ha dedicato gran parte della sua vita ai ragazzi. Resta nella memoria collettiva del campo il progetto che mise in piedi alla fine degli anni ‘90 per stabilire un contatto permanente tra i profughi palestinesi in Libano e quelli nei Territori occupati. In quel progetto la regista Mai Masri trovò lo spunto per il suo docufilm «Frontiers of Dreams and Fears» (2001).
Quando è stato rilasciato Al Saifi era in condizioni molto gravi. «Non si reggeva in piedi, pelle e ossa, irriconoscibile – ci dice una donna -, è stato portato in un ospedale della zona dove è rimasto attaccato alla bombola dell’ossigeno fino all’ultimo. Il suo corpo non ha retto. Era ammalato da anni ai polmoni, il carcere è stata la sua condanna a morte, i medici della clinica carceraria israeliana di Ramla avrebbero dovuto curarlo in modo intensivo; invece, non è stato fatto nulla di concreto per salvarlo». Sul suo corpo, ci dicono altre persone, erano evidenti i segni di quello che aveva subito: «Lo gettavano a terra, lo umiliavano, lo lasciavano senza vestiti, senza cibo. La terapia intensiva (nell’ospedale palestinese) non è servita». Appena tornato in libertà, aggiungono, Al Saifi aveva chiesto di contattare le famiglie di alcuni prigionieri di Gaza. Voleva rassicurarle, dire che aveva incontrato i loro figli ed erano vivi.
Al Saifi dopo un primo arresto successivo al 7 ottobre, era stato posto in detenzione amministrativa, ossia in carcere senza accuse e senza processo. Rilasciato dopo sei mesi, aveva provato a riaprire il suo centro culturale. Un passo che avrebbe pagato con un nuovo arresto. Ha trascorso altri quattro mesi in cella, sempre in detenzione amministrativa, con una salute compromessa, fino a quel 29 dicembre di inaudita sofferenza. Il Prisoners Club e la Commissione palestinese per gli Affari dei Detenuti parlano di torture, abusi, fame e negazione delle cure mediche. Un altro nome, dicono, si è aggiunto alla lunga lista delle «esecuzioni lente» praticate dal sistema carcerario israeliano.
Molti prigionieri palestinesi sono morti in detenzione. Di molti altri non si sa quasi nulla. Non poche di queste morti sarebbero avvenute nel campo di Sde Teiman (Bersheeva), aperto dopo il 7 ottobre per ricevere centinaia di palestinesi catturati dall’esercito a Gaza. Medici per i diritti umani-Israele (Phr), ha ripetutamente denunciato le condizioni di vita disumane e le torture praticate a Sde Teiman (alcuni soldati sono indagati, o lo erano, per gravi sevizie). Phr, in un rapporto della scorsa estate, ha documentato 94 casi di palestinesi deceduti in carcere tra ottobre 2023 e agosto 2025. Nei mesi successivi si sono aggiunti altri decessi in cella. «Una cifra senza precedenti che rappresenta probabilmente solo una parte del bilancio totale delle vittime…indica una deliberata politica israeliana di uccisione dei palestinesi in custodia», ha scritto. Il mese scorso, riferiscono altri gruppi per i diritti umani, il numero dei detenuti amministrativi era di 3.385 su un totale di 9.350 prigionieri palestinesi.
Secondo alcune fonti, le autorità israeliane trattengono ancora i corpi di almeno 766 palestinesi, nonostante Hamas abbia restituito tutti gli ostaggi israeliani, vivi e deceduti, a Gaza. Haaretz scrive che, 520 corpi sono conservati negli obitori militari, mentre 256 sono sepolti in quelli che i palestinesi chiamano «cimiteri dei numeri», dove le tombe sono contrassegnate solo con identificatori numerici.
* Fonte/autore: Michele Giorgio, il manifesto
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