La guerra in Ucraina devasta anche il clima: 311 milioni di tonnellate di CO2

La guerra in Ucraina devasta anche il clima: 311 milioni di tonnellate di CO2

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Lo studio relativo alla guerra in Ucraina è stato condotto dall’Initiative on Ghg Accounting of War, un collettivo di scienziati che dall’inizio del conflitto cerca di tenere traccia dell’impatto climatico dell’invasione

Quante emissioni climalteranti ha provocato l’invasione russa dell’Ucraina? A quattro anni dal momento in cui le prime colonne di carri armati hanno iniziato la loro marcia verso Kiev, uno studio ucraino prova a rispondere. Il numero a cui arrivano i ricercatori è notevole: 311 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. Quanto la Germania in sei mesi o la Francia in un anno.

Quantificare l’impatto ambientale dei conflitti non è facile. Non solo è difficile fare rilevazioni sul campo per ovvie ragioni di sicurezza, ma soprattutto i dati relativi ai consumi degli eserciti sono rigorosamente secretati. Alcune stime arrivano a ipotizzare che oltre il 5% delle emissioni globali siano dovute al settore militare nel suo insieme, ma non esiste un consenso sul tema. Lo studio relativo alla guerra in Ucraina è stato condotto dall’Initiative on Ghg Accounting of War, un collettivo di scienziati che dall’inizio del conflitto cerca di tenere traccia dell’impatto climatico dell’invasione. L’aggiornamento più recente, il settimo, è stato pubblicato due giorni fa. Nell’ultimo anno la guerra ha provocato 75 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, portando il totale dal 24 febbraio 2022 a quelle 311 milioni di tonnellate da cui siamo partiti.

I ricercatori dividono le emissioni in base alla loro origine: le attività militari, gli incendi causati dal fuoco di artiglieria, gli attacchi alle infrastrutture energetiche, i trasporti dei milioni di profughi, il carburante extra bruciato dai voli civili costretti a non sorvolare i cieli russi ed ucraini e, infine, le stime relative alla ricostruzione delle città e delle infrastrutture distrutte nei bombardamenti.

Gli eserciti si mangiano la maggioranza relativa della torta, con un 37% del totale delle emissioni riconducibili a caccia e carri armati, ma ricostruzione e incendi seguono a stretta distanza, appaiati al 23% ognuno. La crescita maggiore nell’ultimo anno si deve agli incendi. L’Ucraina esce da alcune stagioni estive eccezionalmente calde e secche, che hanno reso più devastanti i roghi nati dal fuoco di artiglieria. Incendi che, peraltro, spesso i pompieri non possono nemmeno provare a spegnere perché è troppo pericoloso avvicinarsi alle fiamme in zone di combattimento.

«Il paradosso è che il cambiamento climatico accentua queste condizioni meteorologiche sfavorevoli» ci spiega l’olandese Lennard de Klerk, il coordinatore del gruppo di ricerca che ha coinvolto soprattutto ricercatori ucraini. De Klerk da alcuni mesi vive in Italia, ma anche dal nostro Paese continua a occuparsi di Ucraina. «Non è stato facile condurre questa ricerca.

Innanzitutto è qualcosa di mai fatto prima. E in secondo luogo, molti dati sono difficili da reperire. Nessuno dei due eserciti rende noto il proprio consumo di carburante, ad esempio». Notevolmente, vista l’atmosfera di inevitabile polarizzazione, gli scienziati hanno tenuto in conto le emissioni di entrambi i fronti. Nel conteggio ricadono sia i carri armati russi sia quelli ucraini, gli attacchi alle centrali a gas ucraine ma anche quelli alle raffinerie in territorio russo. Lo scorso novembre – durante l’ultimo summit sul clima delle Nazioni Unite, la Cop30 di Belém – il governo ucraino ha annunciato l’intenzione di chiedere risarcimenti per i danni climatici provocati dall’invasione russa. Studi come quello di de Klerk e i suoi colleghi servono anche a dare a questa richiesta una base scientifica.

A giugno del 2025 un pre-print di un gruppo di ricerca britannico aveva provato a stimare le emissioni di un altro conflitto, il genocidio israeliano a Gaza, arrivando a una cifra vicina alle 31 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. Le guerre, oltre alle vittime e alla devastazione che lasciano sul momento, hanno sempre degli effetti a lungo termine. E gli impatti sul clima appartengono a questa seconda categoria. Nel caso della guerra russo-ucraina, poi, c’è un fenomeno indiretto ma rilevante. A partire da questa guerra, la Nato ha deciso di giustificare il suo enorme piano di riarmo. Un piano difficilmente compatibile con le raccomandazioni della comunità scientifica: secondo uno studio di Scientists for Global Responsibility, in dieci anni potrebbe creare 1.132 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. La tragica ironia è che l’instabilità climatica è uno dei fattori che rischia di portare a nuovi conflitti. «La guerra e il cambiamento climatico si rinforzano mutuamente» conclude de Klerk.

* Fonte/autore: Lorenzo Tecleme, il manifesto



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