L’Iran che protesta: «Le aule sono vuote perché i cimiteri sono pieni»
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Continua la resistenza contro il regime, ma anche contro l’imminente attacco Usa
Prende vigore l’ipotesi di un nuovo round di colloqui tra Iran e Stati uniti giovedì a Ginevra. Teheran sta lavorando per finalizzare una bozza di accordo. Secondo alcune fonti, Ali Larijani, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, consegnerà oggi la proposta ai mediatori omaniti a Muscat. Nel frattempo, sono ricominciate proteste nelle università iraniane.
Gli Stati uniti stanno completando lo schieramento delle loro imponenti forze militari in tutto il Medio Oriente. La portaerei USS Abraham Lincoln è già nel Mar Arabico, mentre la USS Ford, spada offensiva della marina americana, è arrivata ieri all’isola di Creta, in rotta verso la regione. Sono stati potenziati anche aviazione, sistemi di difesa missilistica e radar. Le truppe sono state mobilitate e Washington ha consultato i propri alleati.
UNA GRANDE dimostrazione di forza che avrebbe dovuto piegare la Repubblica islamica ad accettare una resa dettata da condizioni, di fatto scritte dagli israeliani: niente nucleare, nemmeno civile; riduzione della portata dei missili a 300 km; abbandono degli alleati in Medio oriente e persino il riconoscimento dello stato israeliano.
Il presidente Donald Trump si sta chiedendo perché l’Iran non abbia «capitolato» di fronte al rafforzamento militare di Washington, ha affermato in un’intervista con Fox News Steve Witkoff, inviato speciale Usa.
Se il presidente fosse davvero sorpreso dalla fermezza di Teheran, si potrebbe concludere che la valutazione iniziale alla base della politica di pressione si fondava su un presupposto errato. I falchi americani vedono la vulnerabilità iraniana come un’opportunità per neutralizzare il nemico, chiedendo l’annientamento del regime della Repubblica islamica, mentre le “colombe” temono un nuovo pantano mediorientale.
L’AMMINISTRAZIONE americana sarà quasi certamente costretta ad attaccare per giustificare l’impiego di una simile macchina da guerra nel Medio oriente. Molto probabilmente nemmeno un attacco limitato, come ipotizzato dallo stesso Trump, potrebbe portare a una resa iraniana. L’ipotesi di eliminare la Guida suprema del Paese, Khamenei, potrebbe produrre un cambiamento nell’atteggiamento di Teheran solo se l’amministrazione americana avesse già concordato qualcosa con i suoi successori — il che appare molto difficile.
Su tutto questo gravano seri dubbi di legittimità giuridica, ma, per il momento, non sembra che ciò preoccupi né l’amministrazione Trump né il mondo intero.
Il rischio di guerra diventa ogni momento più tangibile. Il comandante dell’Esercito iraniano, il generale Amir Hatami, ha rinnovato le minacce di Teheran contro un’eventuale aggressione esterna, affermando: «L’Iran non è una preda appetibile. Il nemico sbaglia se crede che noi siamo in posizione di debolezza e lui in posizione di forza. .. hanno sottovalutato la nostra resilienza».
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha scritto: «Curiosi di sapere perché non capitoliamo? Perché siamo iraniani». Non rendersi conto della superiorità militare americana e rischiare di esporre il Paese a una distruzione bellica potrebbe apparire poco ragionevole e addirittura irresponsabile.
Tuttavia, la storia nel Medio oriente prova che difficilmente i poteri si sono arresi pur coscienti della loro inferiorità bellica. Il miscuglio di orgoglio, dignità, nazionalismo e devozione al martirio dell’Islam sciita potrebbe indurre il regime a non abbandonare il campo senza combattere. Essere pronti al sacrificio estremo, per esporsi al giudizio della storia a posteriori, è una caratteristica, poco intellegibile agli occidentali che collega una parte significativa degli iraniani. Ma ciò non significa che tutti siano pronti a schierarsi per la difesa del regime attuale. I crimini commessi dal potere contro la popolazione in 47 anni di dominio hanno creato un astio molto difficilmente sanabile.
DA VENERDÌ scorso, gli studenti di alcune delle più importanti università iraniane – Sharif University of Technology, Amir Kabir, Università di Tehran, Beheshti, Alzahra e Ferdowsi University – sono tornati a protestare proprio nei primi giorni del nuovo semestre accademico. In alcuni atenei la situazione è degenerata in scontri aperti tra manifestanti e gruppi filo-regime, oltre ai reparti paramilitari dei Basij. Il ministero della Scienza ha avviato procedimenti disciplinari contro alcuni studenti e ha lanciato un avvertimento chiaro: se le proteste supereranno certe «linee rosse», seguiranno provvedimenti accademici.
Le proteste si inseriscono nella più ampia ondata di manifestazioni che ha attraversato il Paese a partire da gennaio 2026, provocando una dura repressione da parte delle autorità con migliaia di vittime e feriti. Gli studenti affermano che «le aule sono vuote perché i cimiteri sono pieni», riflettendo l’impatto emotivo della violenza statale sui giovani.
* Fonte/autore: Francesca Luci , il manifesto
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