L’ultimo trucco di Israele per rubare la terra palestinese
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Dopo averla bloccata nel 1967, Tel Aviv avvia la «sua» registrazione delle proprietà in Cisgiordania: è l’annessione, e la fine dell’Anp. Documenti vecchi di due secoli o persi in guerre ed esili: i palestinesi in mano hanno poco
Israele ha da sempre le idee chiare: assumere il controllo di tutta la Palestina storica, obiettivo perseguibile con strumenti diversi, affluenti di un unico fiume. Dopo il 7 ottobre 2023 il processo, nei decenni avanzato a velocità variabili a seconda delle condizioni interne e internazionali, ha accelerato come soltanto due volte nella sua storia, il 1948 e il 1967.
Oggi, come in passato, avviene sotto lo sguardo inerte o complice della comunità internazionale. A Gaza ha preso il nome di Board of Peace, neo-mandato coloniale a cui l’Italia si affretta ad aderire, nel solito modo peloso. In Cisgiordania si chiama annessione, con misure senza precedenti stancamente criticate o volutamente ignorate dalle cancellerie occidentali, che si trincerano dietro un’idea rassicurante proprio perché irrealizzabile, la soluzione dei due stati.
DOMENICA il governo israeliano – con un budget iniziale di 79 milioni di dollari – ha avviato il processo di registrazione delle terre della Cisgiordania, con il fine dichiarato di arrivare entro il 2030 alla confisca di almeno il 15% dell’Area C (il 60% della West Bank, dagli Accordi di Oslo sotto controllo civile e militare israeliano): «terra di stato», dunque, da utilizzare per l’espansione coloniale.
La questione potrebbe apparire tecnica, ma è profondamente politica: «La nuova legge afferma che tutta la terra palestinese è terra di stato a meno che i proprietari palestinesi non provino il contrario», sintetizza al manifesto Jamal Juma, storico attivista palestinese, dal 2002 coordinatore della campagna Anti-Apartheid Wall e dal 2012 della Land Defence Coalition.
Israele si è da sempre fatto scudo con lo strumento legislativo a fini coloniali, a dare una parvenza di “legittimità” a un crimine di guerra ai sensi delle Convenzioni di Ginevra: in quanto potere occupante non può confiscare terre, cacciare i suoi abitanti, trasferire la propria popolazione sul territorio occupato. Ma lo fa, ammantando la violazione di “legalità”: lo dice la legge interna.
L’ultima richiede ai palestinesi di dimostrare la proprietà della terra di fronte a una commissione ad hoc, israeliana. E non è così semplice: moltissime famiglie, quei documenti, non li possiedono. Per tanti motivi: perché la Palestina è stata sottoposta a domini diversi per secoli, dall’impero ottomano al mandato britannico fino a Israele; perché gli unici documenti di proprietà emessi, quelli originari ottomani, risalgono a un paio di secoli fa, e spesso sono andati perduti nelle guerre e negli esili.
E ANCORA, spiega Juma, «a causa della legge degli Assenti, che Israele utilizza fin dalla sua fondazione per confiscare i beni immobili dei rifugiati palestinesi; a causa della natura della proprietà familiare, spesso registrata con il nome di un singolo membro secondo la pratica del tabu; a causa di cessioni di terre che, in assenza di un registro, sono state realizzate sulla base di accordi orali».
Nel 1967 Israele assunse immediatamente il controllo di 900mila dunam di terre, 900 km quadrati che sotto l’impero ottomano erano registrati come terra di stato. Altri 450mila dunam, seppur registrati a nome di privati palestinesi, li ha confiscati in due modi: da una parte ha allargato al territorio occupato il raggio di azione delle leggi interne reclamando per sé terre private a fini di «interesse pubblico» o «ragioni di sicurezza»; dall’altro è ricorso alla legge degli Assenti per appropriarsi di terre di palestinesi che nel 1967 sono stati costretti all’esilio all’estero o che, pur presenti, non sono stati riconosciuti tali dall’occupazione perché al momento del “censimento” si trovavano in una città diversa da quella dove possedevano terre e case.
Infine, l’ultimo trucco. Interrompere immediatamente ogni processo di registrazione: «Nel 1968 – continua Juma – Israele ha fermato i procedimenti avviati dalle autorità giordane e da allora non è stato più possibile registrare una proprietà o trasferirla ai discendenti. Pochi anni fa l’Autorità nazionale palestinese (Anp) ha tentato di riprendere la registrazione, in particolare in Area C, ma l’esercito israeliano ha fisicamente impedito a ingegneri e periti di raggiungere gli appezzamenti».
Nel mirino non c’è solo l’Area C: «Può essere dichiarato terra di stato qualsiasi appezzamento, ovunque si trovi: Israele non si fermerà, ma si allargherà all’area A e B. Spetterà a una commissione israeliana stabilire quali documenti riconoscere come validi e quali no, un sistema aperto all’interpretazione dell’occupante. È un processo di furto palese».
LA NUOVA NORMATIVA segue di pochi giorni due interventi legislativi rivoluzionari: prima Israele ha annullato unilateralmente la legge giordana che proibiva la vendita di terre in Cisgiordania a meno che gli acquirenti, individui o compagnie, fossero palestinesi; poi ha privato l’Anp di qualsiasi potere di amministrazione civile in Area A e B e sulle aree archeologiche, ovunque si trovino.
Significa che le “regole” urbanistiche finora applicate solo all’Area C, dove è già Israele a decidere cosa può essere costruito e cosa no, «si estenderanno al resto della West Bank. Israele sta di fatto dissolvendo l’Anp: assume su di sé la responsabilità civile in ogni municipalità, dai luoghi dove aprire una discarica alla pianificazione urbanistica fino ai permessi per la costruzione di nuove case. Sostituendo il dominio militare con quello civile, Israele sta di fatto annettendo la Cisgiordania».
Tale accelerazione si realizza in un momento particolarmente favorevole: il mondo non guarda. Negli ultimi due anni e mezzo l’esercito ha ripulito della presenza palestinese, attraverso lo sgombero violento delle comunità agricole e beduine, 980 km quadrati, tre volte tanto la Striscia di Gaza, e ha dichiarato terra statale oltre 25mila dunam, battendo ogni record (le confische hanno superato tutte quelle effettuate nei 25 anni precedenti combinati insieme).
«Assistiamo alla continuazione del processo di liquidazione della questione palestinese e dell’assunzione del controllo totale della terra, il cuore di ogni progetto di colonialismo d’insediamento – conclude Juma – I palestinesi vengono ammassati in pezzetti di terra sempre più piccoli, ghetti creati attraverso muri, colonie, nuove leggi, confische quotidiane».
* Fonte/autore: Chiara Cruciati, il manifesto
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