Migranti. Una “strage politica” invisibile e nascosta: altri 53 morti davanti alla Libia

Migranti. Una “strage politica” invisibile e nascosta: altri 53 morti davanti alla Libia

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Nel Mediterraneo centrale calano gli sbarchi, ma è record di vittime. Tra 500 e 1.500 dall’inizio dell’anno. Domani in Cdm la nuova norma per bloccare le navi delle ong e spedirle in Albania

Cinquantatré persone sono morte davanti alle coste libiche nel tentativo di raggiungere l’Europa. Lo hanno riferito all’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) le uniche superstiti, due donne nigeriane: una ha perso il marito, l’altra due figli piccoli. Il barcone si è ribaltato a nord di Zuwara venerdì scorso. Era partito da Zawyia, tra Tripoli e Zuwara, alle 23 del giorno precedente.

L’OIM HA DIFFUSO solo ieri un comunicato in cui sottolinea «la necessità di una maggiore cooperazione internazionale e risposte incentrate sulla protezione per contrastare i trafficanti di esseri umani, oltre a percorsi migratori sicuri e regolari per ridurre i rischi e salvare vite umane». Di ricerca e soccorso, ormai, non parla più nessuno. Neanche le agenzie Onu che fino a non molto tempo fa ribadivano a ogni occasione la richiesta agli Stati europei di «missioni proattive» per riempire il vuoto del Mediterraneo centrale.

Dall’inizio dell’anno lungo questa rotta sono già scomparse, secondo il database Oim, almeno 488 persone. Sono le vittime verificate, molte altre mancano all’appello. Come il migliaio di vite che si teme siano state inghiottite dal mare durante il ciclone Harry, nella seconda metà di gennaio. La stima viene dalle organizzazioni Refugees in Tunisia e Refugees in Libya che, attraverso le testimonianze raccolte tra i testimoni delle partenze e i familiari degli scomparsi, hanno corretto verso l’alto i numeri contenuti in un messaggio d’allarme lanciato dalla guardia costiera italiana. Parlava di 380 persone in pericolo su diverse barche, mai giunte a destinazione.

NEL 2025 l’Oim aveva accertato 1.900 morti nel Mediterraneo centrale. In pratica nei primi 40 giorni del nuovo anno le vittime sono state il 25% di tutte quelle dell’anno precedente. Se stiamo alle cifre ufficiali. Perché sommando le stime relative al ciclone Harry si arriva fino al 78%. Numeri spaventosi, soprattutto se rapportati agli sbarchi: nelle prime sei settimane e mezzo dell’anno scorso 4.156, nel 2026 appena 1.813 (le intercettazioni dei libici sono rimaste costanti, poco meno di 800 migranti; su quelle dei tunisini non ci sono dati). Significa che il tasso di mortalità si sta moltiplicando a ritmi vertiginosi, nel silenzio di opinione pubblica e politica. Ieri ha fatto eccezione solo il deputato di Avs Marco Grimaldi che ha definito il naufragio una «strage politica», «risultato diretto di accordi criminali, respingimenti mascherati, porti chiusi e propaganda disumana».

Del resto le morti in mare sono uno dei tasselli della strategia di «deterrenza» sostenuta da Ue e paesi membri, con l’Italia in testa, per scoraggiare le partenze. Un tassello che viene dopo i confini rafforzati negli Stati di transito, i centri di tortura finanziati in Libia, i pogrom legittimati in Tunisia e prima di detenzioni e deportazioni di massa dei richiedenti asilo appena sbarcati a cui sta lavorando l’Europa.

INTANTO IERI il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi è volato a Tripoli. Ha incontrato l’omologo libico Emad Mustafa Trabelsi e il primo ministro Abdulhamid Dbeibah. Nei prossimi giorni dovrebbe vedere anche il leader della Cirenaica, Khalifa Haftar. «L’Italia continuerà a sostenere, in raccordo con l’Ue e i partner internazionali, iniziative orientate al consolidamento della cooperazione con particolare riferimento ai programmi di rimpatri volontari assistiti e alle iniziative per il controllo delle frontiere terrestri e marittime», ha dichiarato Piantedosi.

Domani il ministro presenterà in Cdm il nuovo disegno di legge immigrazione. Dentro c’è anche la norma con cui il governo punta a interdire l’ingresso nelle acque territoriali alle ong. Verosimilmente da giugno, quando entrerà in vigore il Patto Ue, per provare a spedirle in Albania. E magari anche più a sud.

NEL FRATTEMPO ieri sera, ha fatto sapere Alarm Phone, 30 persone lottavano tra la vita e la morte, tra il vento e le onde. A poche miglia da Lampedusa.

* Fonte/autore: Giansandro Merli, il manifesto



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