Nazionalismi, il disfacimento dell’Unione procede spedito

Nazionalismi, il disfacimento dell’Unione procede spedito

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Lo spazio dell’Unione è destinato a diventare terreno di alleanze a geometria variabile, di scelte dettate dai bisogni di consenso interno dei diversi governi, o dall’affermazione di interessi particolari, che si tratti dell’industria bellica, nucleare o dell’energia fossile

Nella retorica del rilancio, soprattutto militare, i governi europei si cimentano senza risparmiare energie. Ma quel che manca è una parola chiara sul soggetto di questa svolta “storica” dell’Unione Europea.

Si sottolineano la crisi dei rapporti transatlantici e la necessità di restaurare fiducia e collaborazione tra l’Europa e Washington, si esaltano le virtù della competitività, si affermano le ragioni del riarmo, si manifesta la consueta devozione ai cosiddetti valori europei, («diversi dall’ideologia Maga» puntualizza orgogliosamente il cancelliere Merz) non senza aver prima ferocemente abbattuto il diritto di asilo e ridimensionato le politiche ambientali, si celebra il multilateralismo e si respingono «fantasie egemoniche».

Ma su che cosa sia o debba diventare l’Unione europea, su quale tipo di soggetto politico possa farsi carico di questi compiti e pesare in un mondo sempre più instabile e ostile regna il più assoluto silenzio, omissione e opacità. Come se difendersi dalle proprie divisioni interne e dagli egoismi delle sovranità nazionali non fosse ineludibile e preliminare alla capacità stessa di fronteggiare attriti e conflitti sullo scacchiere globale.

Facciamo un passo indietro. Prima dell’invasione russa dell’Ucraina e della rielezione di Donald Trump alla Casa bianca, l’Europa politica, l’approfondimento dell’integrazione a tutti i livelli, era un fine, un traguardo, un progetto. Auspicato dagli uni, temuto da altri, avversato da qualcuno. Ma l’evoluzione verso una maggiore soggettività politica unitaria restava comunque iscritta nell’orizzonte mentale europeo e riverberava su questa o quella scelta politica. Dopo questi due eventi e la concomitante ascesa di forze nazionaliste in gran parte dei paesi europei, l’Unione ha cessato di essere un fine per divenire un mezzo. Lo strumento per raggiungere obiettivi nazionali ma fuori dalla portata delle singole sovranità.

L’esempio del riarmo è forse quello più chiarificante. Non sarebbe possibile senza uno sforzo economico dell’Unione e un allentamento dei vincoli finanziari, ma a favore non di una forza militare europea bensì del rafforzamento asimmetrico degli eserciti nazionali. La Gran Bretagna, per esempio, sul terreno della difesa sente un rinnovato bisogno di Europa, ma senza rimettere per questo in discussione gli egoismi nazionali che condussero a suo tempo alla Brexit.

L’enfatizzazione della minaccia russa, (per la quale continua a mancare una spiegazione razionale), e della defezione americana (un non senso visto che nessuna superpotenza abbandonerebbe mai davvero lo spazio che già occupa) costituisce la base indiscussa di queste ambizioni militari da cui ci si attende, secondo una logica antidiluviana, il rilancio delle industrie nazionali. Rilancio che non esclude più neanche lo sviluppo degli armamenti nucleari. Persino l’idea aberrante di una «bomba tedesca» circola ormai da tempo negli ambienti del nazionalismo germanico.

Così la «competitività» riguarda assai meno l’Unione nel suo insieme che non singoli paesi o gruppi di paesi e determinati comparti produttivi piuttosto che altri. Fingendo di essere giocata esclusivamente verso il resto del mondo la competizione avrà in realtà modo di esercitarsi all’interno dei confini europei. In suo nome i governi promettono semplificazione e abolizione di vincoli e regole. Chi non detesta la burocrazia? Ma bisogna badare bene a cosa si intende con questo malfamato termine. Qui non sono in questione la curvatura dei cetrioli, il calibro delle vongole e altre follie di funzionari sadici o annoiati. Si tratta di diritti, tutele, previdenze e, naturalmente, profitti. In breve dei rapporti di classe negli stati dell’Unione.

Quanto allo stato di diritto, la Ue non è mai riuscita o non ha mai voluto in ossequio alla sovranità nazionale colpire seriamente i governi che lo hanno impunemente calpestato. E semmai, in tema di immigrazione, ha finito col seguirne l’esempio.

Una volta caduto ogni riferimento all’Europa politica come modello di democrazia sovranazionale, lo spazio dell’Unione è destinato a diventare terreno di alleanze a geometria variabile, di scelte dettate dai bisogni di consenso interno dei diversi governi, o dall’affermazione di interessi particolari, che si tratti dell’industria bellica, nucleare o dell’energia fossile. Del resto la guerra per bande all’interno dell’Unione ha i suoi ben noti precedenti: i «frugali» contro gli indebitati, i «volenterosi» contro i reticenti e i filorussi, il gruppo di Visegrad contro le regole democratiche e lo stato di diritto.

Ma se questi conflitti erano vissuti a suo tempo come problema oggi passerebbero addirittura inosservati perché la cosiddetta «Europa delle nazioni» si va di fatto affermando come «Europa ideologica» nella quale sovranità gelose delle proprie prerogative possano riconoscersi e tendenzialmente passare dalla competizione al conflitto come è nella loro bellicosa natura.

Nella retorica del rilancio, soprattutto militare, i governi europei si cimentano senza risparmiare energie. Ma quel che manca è una parola chiara sul soggetto di questa svolta “storica” dell’Unione Europea.

Ma a ben vedere neanche tra le opposizioni di sinistra un’idea di Europa politica gode di particolare fortuna nel disastrato paesaggio del Vecchio continente, e un’asfittica ottica nazionale continua a prevalere. Eppure solo una azione politica democratica sovranazionale, almeno sui grandi temi strategici, potrebbe contrastare l’attuale egemonia dei nazionalismi e le catastrofi a cui ci condurrà.

* Fonte/autore: Marco Bascetta, il manifesto



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