Povertà: quello che i dati non dicono

Povertà: quello che i dati non dicono

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Perché possedere una casa o avere un lavoro non basta più a proteggere dall’indigenza? L’analisi di Alleanza contro la povertà e Iref mette a nudo l’inefficacia delle misure attuali, create dal governo Meloni, e propone un cambio di rotta per superare la frammentazione istituzionale e la logica della condizionalità obbligatoria

Quello che i dati non dicono sulle povertà è che le attuali politiche del governo Meloni, basate sul «Supporto per la Formazione e il Lavoro» (Sfl) e sull’«Assegno di Inclusione» (Adi), hanno rafforzato un sistema a ostacoli dove requisiti amministrativi rigidi hanno escluso i più fragili. È la denuncia contenuta ne «L’Italia delle povertà», un’indagine realizzata dall’Alleanza contro la Povertà in collaborazione con l’Istituto di Ricerche Educative e Formative (Iref). Il documento, risultato di un lavoro autorevole fatto dall’interno del mondo cattolico e del sindacalismo confederale, sostiene che il racconto ufficiale sulla povertà oggi sia fondato sul «panico statistico» alimentato dai media. L’obiettivo di fondo è colpevolizzare i poveri.

L’analisi, presentata ieri a Roma, ribadisce che i soli dati ufficiali non riescono a cogliere la «multidimensionalità» delle povertà che non interessano solo il reddito, ma investono anche la casa, la salute, l’istruzione o i legami sociali. Già le cifre del 2024 delineano un quadro drammatico, con oltre 2,2 milioni di famiglie in «povertà assoluta» (8,4%) e 2,8 milioni in «povertà relativa» (10,9%), ma la realtà sommersa è ben più vasta. Esiste un mondo fatto di deprivazione e ristrettezze che vive sulla soglia di indigenza. pur avendo un lavoro o una casa. è il mondo dei «near poor», i «quasi poveri», per i quali la nascita di un figlio o una spesa imprevista determinano il collasso. L’Italia si conferma tra l’altro uno dei paesi più ostili per le «giovani coppie». E per i bambini: sono 1,3 milioni i minori in povertà, il valore massimo raggiunto negli ultimi dieci anni.

L’intreccio tra questi fattori viene solo in parte colto a partire dai tredici indicatori di riferimento utilizzati per misurare l’indigenza. Per esempio, le medie ufficiali non leggono come povero chi raziona il cibo pur di pagare le bollette, né colgono il disagio di chi possiede un immobile di scarso valore o di chi riesce a sostituire beni durevoli solo indebitandosi pesantemente tramite il credito al consumo (il «buy now, pay later»).

Il problema esposto dall’Alleanza contro le povertà è rilevantissimo in una società neoliberale che pretende di essere guidata dai dati e offrire una «scelta razionale» alla società. E invece usa la statistica in maniera unilaterale e strumentale. E, per questa ragione, adotta politiche sociali che fissano la vita in una condizione di marginalità. Per il portavoce di Alleanza contro la povertà, Antonio Russo, la povertà è «un problema strutturale, trasversale e i dati Istat non bastano a fotografarla». La povertà «è un processo, non uno stato, ed è il prodotto di condizioni che non sono mai state realmente prese in carico».

Bisogna superare la frammentazione istituzionale e la visione «work-oriented» che trasforma il sostegno in un obbligo e in una condizionalità punitiva. Per farlo è ritenuto necessario creare una «cabina di regia permanente» e il rafforzamento dei servizi sociali territoriali. Sempre che bastino per liberare i poveri, e non solo per governare le loro povertà.

* Fonte/autore: Roberto Ciccarelli,  il manifesto



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