Rogoredo. Lo Stato di diritto e il governo Meloni, in quelle inchieste c’è un test di democrazia

Rogoredo. Lo Stato di diritto e il governo Meloni, in quelle inchieste c’è un test di democrazia

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Se «la difesa è sempre legittima», se per qualche corpo dello stato vale comunque l’immunità, dove va a finire quel diritto cardine, pietra angolare della civiltà giuridica?

Gli agenti della Polizia di stato che, su mandato della procura di Milano, indagano sul comportamento dei propri colleghi nella vicenda che ha portato all’uccisione di Abderrahim Mansouri a Rogoredo lo scorso 28 gennaio sono, ora, uno dei volti cruciali del nostro stato di diritto.

Il diritto, per chiunque, di godere della presunzione d’innocenza, qualunque cosa riporti il tuo casellario giudiziale e anche se, dicono, sei stato ucciso per «legittima difesa», perché eri tu che stavi per sparare.
Ma chi lo dice che stavi per sparare? Chi deve accertarlo? Un giudice: questo vuole lo stato di diritto. Questo, invece, non vuole chi lo stato di diritto, passo dopo passo, lo sta scardinando. Si tratta, nientemeno, che di importanti esponenti del governo in carica, oltre che di una pletora di sodali, dotati di potentissimi mezzi di manipolazione di massa.

Se «la difesa è sempre legittima», se per qualche corpo dello stato vale comunque l’immunità, dove va a finire quel diritto cardine, pietra angolare della civiltà giuridica? Quando la presidente del consiglio Giorgia Meloni, quando il vicepremier Matteo Salvini e il ministro Matteo Piantedosi, un minuto dopo i fatti, senza neanche attendere minimi accertamenti, affermano a reti e social unificati che Mansouri è stato ucciso per legittima difesa, o che Ramy Elgaml è il solo responsabile della sua morte, al Corvetto di Milano il 24 novembre 2024 (mentre emerge l’ipotesi che siano state inquinate le prove), dall’alto dei loro scranni forzano lo stato di diritto.

Anticipando, con le parole e con i fatti, ciò che vorrebbero formalizzare per legge (come hanno già fatto con la riforma della giustizia ora sottoposta a referendum: ecco un’altra formidabile ragione per rispondere No). Del resto, è ciò che appunto fanno, ogni giorno, anche ai danni della magistratura quando emetta sentenze non gradite al governo e alla maggioranza (e, più in generale, alla destra), non curandosi, governo e maggioranza, di alterare la realtà e mistificare i contenuti di quelle eventuali sentenze.

I casi sono innumerevoli ma, per restare a questi soli giorni, basti ricordare le polemiche furiose scatenate sui risarcimenti accordati (700 euro) al migrante algerino trasferito illecitamente, senza comunicazioni a lui e alla famiglia e in condizioni pesanti, da Gradisca d’Isonzo a Gjader in Albania, e (76 mila euro) all’Ong Sea Watch, la cui nave è stata sequestrata illecitamente per due mesi nel 2019 nel porto di Licata.

En passant, in quest’ultimo caso, si è anche rinfocolata la denigrazione di Carola Rackete, come se la sua posizione non fosse stata archiviata (dopo un’ingiusta detenzione) per aver agito, rispettando la Costituzione e le convenzioni internazionali, «per dovere di soccorso in mare» (un dovere che la destra e il governo intendono contrastare e punire, eludendo Costituzione e convenzioni, in attesa di snaturare la prima e svuotare le seconde).

In entrambe le vicende ha agito lo stesso meccanismo di mistificazione e sospensione dello stato di diritto (l’altra faccia dello stato d’eccezione, che a volte lo precede e a volte lo accompagna). Un meccanismo rivendicato con protervia, indicato come il modo ordinario e, presto, “legittimo” (legittimato dalla volontà politica che si farà norma, se ci riusciranno) ma, intanto, utilizzato de facto e, vorrebbero, “a furor di popolo”. Si parte sempre da chi sembra più “mostrificabile”, facendone al tempo stesso la vittima e il grimaldello che consente di scardinare le garanzie fondamentali e generali.

Per questo, l’indagine della Squadra mobile di Milano sui colleghi presenti a Rogoredo, e tutte le altre in casi simili (senza ricordare storici e celebri precedenti), così come le sentenze citate, sono passaggi di importanza capitale, test basilari sullo stato della nostra democrazia.

A cominciare da ciò che più ci tutela, tutte e tutti, in queste vicende: la presunzione d’innocenza e, nel caso, il diritto a un giusto processo. Che valgono, beninteso, anche per chi, nelle forze dell’ordine, si trovi indagato. Tutto si tiene, vale per chiunque, seppure, se un reato è un reato, un reato o un abuso commesso da rappresentanti dello stato pesi il doppio. Peserebbe come una montagna se fosse addirittura coperto, ab origine, da un’immunità – un’impunità – pregarantita e fissata dalla legge.

* Fonte/autore: Gianfranco Bettin,  il manifesto



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