Stati uniti post-democratici: il prima e il dopo Minneapolis
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L’America ha conosciuto il generale Custer, J. Edgar Hoover, Joseph McCarthy e il Ku Klux Klan, ma mai prima d’ora un presidente li aveva insediati tutti assieme nello studio ovale
Nella frenetica e scomposta accelerazione degli Usa verso un regime post democratico, c’è un prima e un dopo Minneapolis. Metro Surge ha rappresentato il definitivo passaggio della “grande deportazione” da fantasia remigratoria a pratica di brutalità.
Una brutalità extragiudiziaria contro i “dissidenti”.
La risposta dei cittadini di Minneapolis, e di molte altre città, testimonia la consapevolezza della gravità di un momento che vede il paese sospinto sull’orlo di un precipizio da un regime estremista che ora usa una milizia di ventimila “agenti” per “occupare” città americane (surge denotava l’incremento di truppe in Afghanistan del generale Petraeus).
La realizzazione sembra infine aver smosso nei democratici, e perfino in qualche repubblicano, qualche scrupolo di coscienza. Non è apparentemente sufficiente invece a placare la compulsione di chi ritiene che parlare di autoritarismo americano sia allarmismo.
VI È UN NUMERO ancora consistente di opinionisti che ad ogni eccesso del regime, tiene a segnalare come il totalitarismo sia ben altro. Il sistema, affermano, dispone tuttora di dispositivi democratici sufficienti, prova ne è il fatto stesso che ne possiamo discutere. Saremmo piuttosto di fronte ad una amministrazione conservatrice assurta al potere con regolari elezioni e che solo una sinistra disabituata ad un vigoroso programma di destra potrebbe ritenere antidemocratica.
In alternativa a quella narrazione, solitamente offerta da destra, vi è la variante, in auge fra certa sinistra, secondo cui Donald Trump non sarebbe che l’incarnazione dei peccati originali americani e solo chi è accecato da filoamericanismo congenito, o abbastanza ingenuo da aver creduto al progressismo moderato di era neoliberista, potrebbe ora gridare al lupo.
PRIMA DI TRUMP, si dice, non c’è stato il neoliberismo di Clinton, le guerre di Bush, le deportazioni di Obama, l’appeasement di Biden? Il fatto che la guerra al terrorismo, la guerra alla droga, la connivenza col genocidio e la “trappola tecnopolitica”, per citare Ida Dominijanni, siano infine confluite in un unico coordinato assalto alla democrazia, lo renderebbe apparentemente meno degno di nota.
Nel frattempo, la coalizione di ideologi estremisti, anarco capitalisti e integralisti che sostiene il Trump-bis ha prima pubblicato e poi in gran parte eseguito il programma per una «seconda rivoluzione americana». Dopo aver chiuso ministeri, abolito la cooperazione internazionale, licenziato 300mila statali, sottomesso università e commissariato i musei, il regime è ora passato ad arrestare giornalisti sgraditi e sequestrare schede elettorali in preparazione per l’annunciata sovversione dei midterm, l’atto che promette di completare il golpe già tentato il 6 gennaio 2021.
MA NON È solo questo. Col pretesto “originalista” di un esecutivo plenipotenziario è stato sabotato l’intero impianto della divisione dei poteri e dei contrappesi istituzionali. Non c’è stato bisogno di riforme, è stato sufficiente semplicemente ignorare le leggi. Come non è stato necessario promulgare leggi razziali per passare direttamente ai rastrellamenti. Sono effrazioni costituzionali senza precedenti, come lo è nei confronti dell’ordine globale la repentina rottamazione di ogni concetto di diritto, «non una transizione – come ha segnalato il premier canadese Mark Carney – ma una rottura».
NIENTE DI NUOVO, assicurano i normalizzatori, sotto il sole della nazione fondata sul genocidio e cresciuta con lo schiavismo. Come se i peccati pregressi avessero da sempre preconizzato l’avvento di un fascismo americano e dell’attuale caos. A riguardo citeremmo invece Liliana Segre: «Non che prima il diritto internazionale fosse veramente rispettato. Ma costituiva quantomeno una cornice riconosciuta, un punto di riferimento almeno formalmente onorato, un modello virtuoso al quale tendere e sul quale misurare le trasgressioni».
E le trasgressioni quotidiane oggi negli Stati Uniti hanno oltrepassato le misure di ogni alternanza. Il paese è ad un punto di rottura. A 250 anni dalla fondazione la nazione rischia di soccombere davvero al tiranno populista così temuto dai padri fondatori. Né è chiaro quanto sarà possibile riparare i danni catastrofici già apportati al corpo politico e civile.
L’AMERICA ha conosciuto il generale Custer, J. Edgar Hoover, Joseph McCarthy e il Ku Klux Klan, ma mai prima d’ora un presidente li aveva insediati assieme nello studio ovale e, da Davos a Caracas a Minneapolis, attuato così integralmente i loro programmi. Chiunque viva oggi negli Usa percepisce visceralmente il livello di prevaricazione, la violenza – retorica e paramilitare – che pervade la nazione, il senso di un regime ostile che proietta malevolenza verso la maggior parte dei cittadini. La sensazione, per citare nuovamente Segre, è quella di smarrimento e incredulità di fronte «all’esibizione della prepotenza allo stato puro».
La verità è che l’America è già entrata in una fase post-democratica ibrida in cui istituzioni e garanzie sono solo parzialmente operative e potere e terrore sono applicati in modo asimmetrico e imprevedibile sui cittadini.
Ma c’è un ultimo vezzo opinionista, quello che ritiene tutto questo un problema americano: «peggio per loro», «la guerra civile se la meritano», come se l’Occidente fosse uno sport da guardare in tv. Come se nel programma non rientrasse una internazionale neo reazionaria apertamente invocata.
NEANCHE IL CONTAGIO ormai palese, certificato da criminalizzazione del dissenso, retorica della remigrazione, la delazione degli insegnanti – la trasformazione repentina “delle guerre culturali in guerre vere” come ha scritto Ta-Nehisi Coates – sembrano smuovere gli scettici. Restano inaccessibili alle lezioni che da dieci anni sta impartendo un’America stravolta da Trump. Quella più chiara è, forse, che raggiunta una massa critica, l’accelerazione diventa vertiginosa e molto più difficile da arrestare. L’antidoto migliore al fascismo è la prevenzione.
* Fonte/autore: Luca Celada, il manifesto
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