Tutti i decreti sicurezza del governo Meloni

Tutti i decreti sicurezza del governo Meloni

Loading

La destra ha colpito con provvedimenti anche i nonviolenti che si battono per l’ambiente

Per contestualizzare il decreto «sicurezza», è bene ricordare che si tratta solo dell’ultimo di una serie impressionante di «Decreti sicurezza» proposti e adottati dal governo Meloni.
Tutto cominciò con il primo decreto della neonata maggioranza, quello «anti-rave party» (DL 162/2022, convertito in l. 199/2022), contro l’organizzazione definita illegale di raduni musicali organizzati da gruppi di giovani. La legge entrò in vigore a capodanno del 2023 e nel corso di quell’anno portò all’imputazione di otto poveri disgraziati, per essere poi praticamente disattesa nella pratica.

Quindi il Decreto Cutro (DL 20/2023, convertito in l. 50/2023), dopo il tragico naufragio, con la morte di almeno 180 persone migranti, per inasprire le pene contro gli scafisti, contrastare l’immigrazione irregolare, regolare i flussi migratori. Prima di virare sull’opzione Albania, sempre tramite un altro decreto. Poi ecco il Decreto Caivano (DL 123/2023, convertito in l. 159/2023), in seguito all’odioso stupro di due giovanissime adolescenti ad opera di alcuni minorenni, adottato per contrastare la criminalità giovanile, a partire dalle «baby gang», divenute poi nell’avvelenato clima del Belpaese le «bande di maranza».

Per giungere al DL 48/2025 (convertito in l. 80/2025), il principale decreto in tema di sicurezza, che ha introdotto una dozzina di nuovi reati, inasprendone altri, in tema di sicurezza, carceri e istituti detentivi, punendo anche la resistenza passiva.

Tutti decreti che soffiano sugli istinti più infami della domanda di punizione nei confronti di categorie invocate come nemiche dell’ordine sociale: giovani, più o meno marginali, manifestanti, migranti, attivisti. Non bisogna dimenticare che una delle prime misure della maggioranza esplicitamente rivolte alle proteste fu il ddl anti-imbrattamento del 2023, che ha inasprito le pene per gli attivisti ambientalisti che manifestano, forse per la prima volta nella storia dei conflitti nel nostro paese, in forme integralmente gandhiane (evidentemente il dissenso, non la violenza, turba la destra).

Così, dopo la manifestazione torinese del 31 gennaio, sull’onda emozionale degli eventi a valle degli scontri tra una parte di manifestanti nero-vestiti e le forze di pubblica sicurezza, il governo torna alla carica, scorporando il nuovo «Pacchetto sicurezza» in un altro, ennesimo, decreto con accanto un disegno di legge da presentare alle Camere.

Malgrado l’intervento del presidente della Repubblica, rimane un’impostazione che vincola la sicurezza alla visione di un vero e proprio ordine pubblico ideale, dal fermo preventivo, alle ingenti ammende per i promotori delle manifestazioni. Siamo davanti a un dispositivo normativo ideologicamente connotato, nel senso di permettere all’esecutivo, e agli apparati di stato a essa collegati, di ricorrere a misure repressive che attecchiscono nel comune percepire il risentimento e la rabbia sociale come motore di una risposta autoritaria, per silenziare qualsiasi posizione vagamente critica.

E allora torniamo a un classico, come quel Niccolò Machiavelli che immaginiamo molto caro alla sbandierata tradizione «nazionale» del pensiero politico, evocata spesso a sproposito da alcuni rappresentanti di governo. Mentre noi si ricorda il Fiorentino come radicale pensatore delle libertà cittadine e repubblicane. Laddove egli intravedeva nella storia repubblicana romana l’adozione di buone leggi grazie all’effervescenza dei tumulti, qui siamo alla pessima gestione, anche comunicativa, di comunque marginali conflitti democratici che producono, ancor prima che pessime leggi, pericolosi decreti legge, concretamente liberticidi, volti a moltiplicare reati per eludere domande decisive sul vivere associato, per dirla con l’ex capo della Polizia di Stato Franco Gabrielli, non un estremista nero-vestito (Repubblica, 3 febbraio).

Sarebbe necessaria una chiamata collettiva a tutte quelle persone di buona volontà che ancora considerano i principi e le pratiche garantistiche di una piena e viva democrazia costituzionale come la dimensione collettiva nella quale confrontarsi per trovare risposte condivise a quello sconforto sociale che le forze politiche predominanti sembrano rinfocolare. Quindi per tornare a praticare buoni conflitti. Cioè per scrivere buone leggi.

* Fonte/autore: Giuseppe Allegri, il manifesto



Related Articles

Milano, “con un cacciabombardiere e mezzo copriremmo le spese per il welfare”

Loading

A Milano il Forum Politiche sociali. L’assessore Majorino attacca il Governo, e sottolinea che la latitanza dell’esecutivo nazionale avrà  pesanti conseguenze su Milano: “Ci sarà  un’ ondata di nuovi senza dimora”. E annuncia il garante per l’infanzia

Povertà, deprivazione, esclusione: ritratto sgomento dell’Italia nel 2014

Loading

Istat. Uno su quattro a rischio povertà: il 28% dei residenti. Il presidente dell’Inps Boeri: «Se trovassimo le risorse guarderei con favore a un reddito minimo senza alcun requisito anagrafico»

Vaccini. Il dominio del mercato contro la salute per tutti

Loading

Già prima della progettazione dei vaccini, i 15 paesi più ricchi del mondo (circa il 14% della popolazione mondiale) avevano acquistato da aziende private, ben posizionate nella corsa ai brevetti, il 60% delle dosi stimate disponibili nel 2021

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment