Ucraina. Quattro anni dopo, dolorosi frammenti di memoria
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Alla vigilia del quarto anniversario dell’invasione russa, uno sguardo dall’interno della società di Kiev. Letture che iscrivono la guerra nell’ambito dell’intera storia del Paese
Quattro anni dopo. Alla vigilia dell’anniversario dell’invasione su larga scala del territorio ucraino, che il 24 febbraio del 2022 faceva registrare una ulteriore e drammatica escalation dell’ingerenza armata che Mosca aveva iniziato già nel 2014, le possibilità che tra i due Paesi si raggiunga una pace giusta sembrano ancora lontane. E l’evidente affinità ideologica, e di interessi, tra Trump e Putin non fa certo immaginare soluzioni che vadano nella direzione auspicata da Kiev. Questo, malgrado gli esiti della guerra descrivano già il profilo della più grande tragedia avvenuta in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale. Oltre 50mila tra morti e feriti tra i civili ucraini, 20mila bambini rapiti dai russi per essere «rieducati», di cui solo 2000 hanno fino ad ora fatto ritorno alle loro famiglie, centinaia di migliaia, se non oltre un milione di soldati caduti, specie nelle fila dell’esercito di Mosca, che il Cremlino tratta letteralmente come «carne da cannone»: numeri che moltiplicano quasi per dieci il già terrificante bilancio delle guerre che hanno insanguinato i Balcani negli anni Novanta dello scorso secolo.
AL DI LÀ DELLE CRONACHE dal fronte e dell’analisi di quanto si sta muovendo nella politica internazionale riguardo al conflitto, forse il modo più adeguato per soffermarsi a riflettere su questo terribile anniversario e su quanto ancora subiscono gli ucraini e le ucraine, è quello di dare voce ai loro sentimenti. Riannodare i fili non solo della memoria di quanto tragicamente avvenuto durante questi ultimi quattro anni, ma di una memoria di più lungo corso capace di inquadrare la resistenza all’invasione russa nel contesto di un processo di autodeterminazione e ricerca della propria, talvolta contraddittoria, identità che caratterizza questo Paese, al pari di molti altri già facenti parte dell’ex Impero sovietico, fin dalla caduta del Muro di Berlino nel 1989 o dalla dissoluzione dell’Urss nel 1991.
Perché, per comprendere fino in fondo quanto avvenuto a Kiev negli ultimi decenni, si deve probabilmente tener conto di un elemento che nel nostro Paese è stato evidenziato con grande precisione dallo storico Guido Crainz che, nel suo Ombre d’Europa. Nazionalismi, memorie, usi politici della Storia (Donzelli, 2022), ha invitato a riflettere sull’evidente esistenza di «due diversi Novecento» di cui sono rispettivamente eredi gli europei a seconda che siano nati nella parte occidentale piuttosto che in quella orientale del Vecchio continente. Coloro che sono cresciuti all’ombra del Muro, pare «abitino tempi e non solo spazi intimamente diversi», suggerisce Crainz, evidenziando come centrale in questo contesto possa risultare il rapporto e il modo con cui si guarda alla Russia, il Paese che ha dominato, fino ad incarnarne il volto e l’anima, il Novecento dell’Europa orientale. Così per l’Ucraina, arrivata all’indipendenza nel 1991, il confronto con Mosca, la memoria della lunga oppressione, le difficili relazioni anche prima del 2014, costituiscono un elemento centrale della ritrovata identità nazionale.
NON È UN CASO che nel suo intenso memoir, L’album blu (Bompiani, pp. 396, euro 20), che esce alla vigilia di questo quarto anniversario dell’invasione, Yaryna Grusha, traduttrice in italiano di testi classici e contemporanei ucraini e titolare del corso di Lingua e Letteratura ucraina alla Statale di Milano, racconti di come «la rivoluzione» di Kiev si sia compiuta, attraverso più tappe e nell’arco di un ventennio, ridefinendo prima di tutto la relazione tra il Paese e la Russia. In una sorta di romanzo di formazione, dove alla crescita della giovane protagonista, l’autrice è nata nel 1986, corrisponde il risveglio, talvolta doloroso, dell’Ucraina intera, ad ogni pagina una nuova foto viene aggiunta per costituire un album di famiglia dove i profili personali finiscono per confondersi con il destino collettivo.
I ricordi degli attivisti delle ultime generazioni traggono così ispirazione da una memoria iscritta nella Storia del Paese. Come indica la stessa scrittrice che racconta di come «alla fine degli anni Trenta, Stalin, a capo del Partito comunista sovietico, uccise non solo il mio bisnonno, ma tutta la generazione di coloro che parlavano in ucraino, scrivevano in ucraino, si pensavano ucraini». Un’intera generazione che stava lavorando alla rinascita della cultura ucraina, oppressa dai tempi dello zarismo russo, «fu torturata a morte nelle prigioni o uccisa con un colpo sparato alla testa».
CON LO STESSO SPIRITO, che sembra legare il presente all’insieme delle vicende storiche locali, Grusha scrive che la tendopoli sorta nel 2014 nella Piazza dell’Indipendenza di Kiev per contestare il presidente filo-russo Yanukovich, e nota come Euro-Maidan, era stata organizzata dai manifestanti sull’esempio del «sich cosacco», gli accampamenti dove si viveva tutti insieme all’interno delle capanne. «Tra il Seicento e il Settecento, i cosacchi avevano dato vita ad una forma di stato sulla quale si basa l’idea moderna dell’Ucraina indipendente», afferma per altro Grusha che sceglie di aprire il suo libro proprio con le notizie che la mattina del 22 febbraio del 2022 le arrivarono da Kiev, a due ore di aereo da Milano, dove viveva ormai da tempo, con le bombe russe che cadevano sul suo corpo, «il corpo di quella città che era profondamente mia».
Quello che Yaryna Grusha racconta con toni poetici evocando ricordi che sono prima di tutto legati alla propria memoria famigliare, le «case» dell’infanzia e della giovinezza – quella «di sabbia», quella «con il vitigno» o quella «con più porte che pareti» – dove si sono compiuti momenti essenziali della sua vicenda personale, sullo sfondo delle trasformazioni dell’Ucraina, Marci Shore rilegge nella prospettiva di una storicizzazione dell’intera vicenda. Nel suo La notte ucraina. Storie da una rivoluzione (Castelvecchi, introduzione e traduzione di Olivia Guaraldo, pp. 308, euro 22), Shore, già docente a Yale e che ha deciso di lasciare gli Stati Uniti dopo la rielezione di Trump e oggi insegna all’Università di Toronto, invita a guardare la stagione dei movimenti pro-europei che hanno attraversato l’Ucraina intorno al 2013/2014 al di là delle lenti della geopolitica per concentrarsi invece sui motivi che hanno sostenuto una partecipazione di massa che ha finito per imprimere un profondo rinnovamento al Paese. «Una svolta democratica senza la quale la resistenza ucraina all’invasione russa non può essere compresa», spiega Shore.
NEL LIBRO SI AFFRONTA anche un altro elemento da non sottovalutare, vale a dire la mancata, almeno in parte, percezione all’estero della portata che quei movimenti hanno rappresentato non solo per il futuro dell’Ucraina. Muovendo dal testo che Hannah Arendt dedicò alla rivoluzione ungherese del 1956, Olivia Guaraldo, filosofa dell’ateneo di Verona, studiosa del femminismo e del pensiero della stessa Arendt, mette in discussione «la cecità occidentale verso il sorgere spontaneo di un movimento democratico che si oppone all’autoritarismo».
Sia nei confronti di Budapest nel 1956 che di Kiev nel 2014, sottolinea Guaraldo, «l’Occidente democratico, dimenticando, direbbe ancora Arendt, la sua stessa origine, fatica a confrontarsi con la sovversione rivoluzionaria, sembra non volerne comprendere la natura, volge lo sguardo altrove. Quasi fosse geloso di una paternità rivoluzionaria che non è disposto a concedere ad altri». Oppure, suggerisce ancora la filosofa pur precisando di non voler azzardare tesi radicali, lo stesso Occidente, «oggi come allora riconosce come rivoluzioni solo quelle che hanno il suggello di una certa ortodossia (qualunque essa sia, oggi), possibilmente lontane dall’Europa, possibilmente prive di ambiguità politiche o ideologiche».
* Fonte/autore: Guido Caldiron, il manifesto
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