Unione Europea, un processo costituente per disinnescare la trappola
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Delle grandi aree continentali, l’Europa è l’unica che preveda un’integrazione economica senza unità politica. Il nazionalismo serve solo a certificare il declino. Mentre per uscirne va affrontata l’anomalia che nessuno vuole vedere: quella dell’architettura istituzionale incoerente
Il tono conciliante di Marco Rubio alla conferenza di Monaco si spiega forse col fatto che esperti e leader europei concordano, in fondo, con il documento per la National Security Strategy (Nss) dell’amministrazione Trump su almeno due punti sostanziali. Il primo è l’avanzato declino economico dell’Europa: la Nss ricordava impietosamente che nel 1990 il vecchio continente generava il 25% del Pil mondiale, mentre ora arriva a stento al 14.
Il secondo punto è l’urgenza di interventi drastici per scongiurare un tracollo che, secondo gli americani, renderà altrimenti il continente “irriconoscibile” nel giro di appena vent’anni. Eppure, nonostante i toni drammatici e combattivi, né il documento americano né il dibattito europeo si spingono a denunciare apertamente l’anomalia che, con tutta evidenza, è alla radice del problema, vale a dire un’architettura istituzionale incoerente, che si sta trasformando in una vera e propria trappola.
DELLE GRANDI AREE continentali, l’Europa è l’unica che preveda un’integrazione economica senza unità politica. L’unica in cui sussistano una regolazione vincolante e una moneta comune, in assenza di un’autorità politica unitaria. L’unica in cui una commissione transnazionale e una banca centrale siano competenti per tutte le voci cruciali di politica economica, benché la sovranità politica legittima resti interamente demandata ai singoli stati nazionali.
Più che essere frutto di un progetto consapevole, l’anomalia è il risultato di una catena di imprevisti e di spinte contrastanti, che hanno impantanato il processo di unificazione, lasciandolo a metà del guado. Su un tale stallo ha pesato comunque fin da principio una convinzione che è rimasta a lungo un baluardo del liberalismo europeo: l’idea cioè che un ordine istituzionale sia tanto più moderno, tanto più lontano dal dispotismo feudale, quanto più è in grado di separare l’economia dalla politica, affidando la prima all’intraprendenza dei privati e la seconda all’autorità sovrana dello stato.
All’atto pratico, una separazione così netta non è mai stata molto più che una finzione, un artificio che si è dimostrato utile alle classi dirigenti europee sia ai tempi d’oro dell’imperialismo, sia in quelli più mesti della Guerra fredda. Oggi invece, di fronte alla crisi conclamata dell’ordine internazionale, la stessa finzione ha il solo effetto di paralizzare l’iniziativa sia a livello nazionale che continentale.
Priva di autorità politica, la Commissione centrale dovrebbe in teoria coordinare il riarmo del continente, senza un esercito comune e senza un ministro degli esteri o della difesa. Priva di un budget autonomo adeguato, dovrebbe dirigere l’innovazione digitale e la competizione con i colossi tecnologici americani e cinesi. Dal canto loro, i singoli stati dovrebbero farsi carico dell’ingente spesa sociale richiesta dal modello europeo di società civile (scuola, sanità, diritti del lavoro, ecc) senza una vera autonomia amministrativa, senza poter arginare gli interessi privati più rapaci e dovendosi indebitare in una valuta di cui non hanno il controllo.
NON SI TRATTA di problemi nuovi. La trappola ingabbia il dibattito politico ormai già da decenni, con la sinistra portata a rivendicare un federalismo sempre più di facciata, mentre la destra nazionalista miete consensi nei settori del capitalismo locale meno competitivi e più bisognosi di una protezione dalla concorrenza. L’attuale crisi geopolitica sta imponendo però un salto di scala, costringendo l’Europa a misurarsi con la competizione sempre più accesa tra le potenze mondiali, che non fanno più grandi distinzioni tra il conflitto commerciale e quello militare.
“Potenza mondiale” è un’espressione che acquista un suono sinistro se lo si traduce in tedesco: Weltmacht. La convinzione che la Germania non potesse conservare una sovranità effettiva se non mettendosi al passo con le maggiori potenze, diventando a sua volta una Weltmacht, è stato un tema dominante della politica tedesca dall’età guglielmina al Main Kampf, dando la spinta decisiva alle due guerre che hanno devastato il continente.
SPOSTANDO il baricentro dell’Unione verso i singoli stati nazionali, l’asse Merz-von der Layen rischia di risvegliare i fantasmi del passato, mentre il federalismo pragmatico di Draghi e quello moderato di Macron tentano di imbrigliare le ambizioni egemoniche tedesche proprio all’interno delle gerarchie e degli equilibri che, finora, hanno scandito il declino. Che si tratti di un confronto tutto interno alle due destre del continente lo dimostrano i termini dell’intesa su cui poggia la tregua provvisoria tra le due fazioni: riarmo a qualunque condizione, anche in assenza di un coordinamento tra gli Stati; compressione dei diritti e delle tutele ambientali in nome della competitività; stretta repressiva sui migranti. Per rientrare in partita, la sinistra dovrebbe convincere innanzitutto sé stessa che l’Europa può avere un futuro solo procedendo in direzione opposta: avviando un vero processo costituente e mettendo l’impegno per la pace, la dignità delle persone e l’accoglienza al centro della sua rigenerazione.
L’Europa dei nazionalismi, celebrata dalla destra, non è affatto una risposta al declino: ne è la definitiva certificazione. Ma per uscirne è urgente trovare il modo di disinnescare la trappola europea, prima che sia troppo tardi.
* Fonte/autore: Massimo De Carolis, il manifesto
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